In avanscoperta nel Québec canadese, dove l'oceano entra nel continente. E una sorpresa, un fiordo gigante lungo cento miglia dove ci sono più balene beluga che barche.
Il profumo di resina impregna l’aria frizzante di inizio estate.
Foreste verde smeraldo rivestono a perdita d’occhio le dolci pendici di millenarie montagne ora erose dal ghiaccio e dal vento, che costituiscono la più antica catena montuosa del nostro pianeta. L’oceano Atlantico con i suoi umori è lontano, le accoglienti isole tropicali si sono perse a poppa ormai da tempo. I pellicani dal becco lungo sono stati sostituiti da neri corvi gracchianti. Le Sule con le loro acrobazie aeree non ci accompagnano più, mentre le imponenti aquile dal collo bianco hanno preso il loro posto nel cielo. Un cielo alto, blu e abbagliante. Siamo nel Québec, in Canada, la terra che confina con il Circolo Polare Artico. Il Paese che non a caso ha posto al centro della sua bandiera la rossa foglia di acero. L’albero simbolo, in questa stagione ha le rigogliose fronde verdissime, mentre in autunno arrossisce “incendiando” le foreste di un rosso inverosimile. La bianca prua di Jancris ha puntato sempre più a nord e noi abbiamo abbandonato i vestiti leggeri per indossare maglioni e cerate, che in navigazione rendono i movimenti goffi e impacciati. Poi siamo risaliti veleggiando nel vivace fiume San Lorenzo, sfidando le sue forti correnti e le maree che mediamente hanno un “gioco” di oltre tre metri. Abbiamo navigato seguendo gli orari della corrente piuttosto che la direzione del vento. Il vento freddo e l’acqua gelida sono diventati i nostri compagni di viaggio, mentre le nebbie fitte da non vedere oltre la prua non ci fanno più paura poiché siamo diventati esperti nel leggere lo schermo Lcd del nostro radar. Nicoletta e io abbiamo deciso di cambiare orizzonte e venire a visitare questi luoghi nel profondo nord attirati principalmente dalla fiabesca bellezza di un fiordo unico nel suo genere, il Saguenay. Pacifiche balene, bianchi beluga e veloci foche abitano le acque di questo fiordo profondo mediamente duecentocinquanta metri e lungo quasi cento miglia, incassato tra montagne incontaminate e selvagge che da anni fanno parte di un ben organizzato e vastissimo parco naturale. Ad essere tutelate non sono soltanto le intricate foreste dove i pini si abbracciano con gli aceri, ma anche le acque blu del Saguenay e tutte le sue specie marine.
Tadoussac ultimo avamposto
L’operosa cittadina di Tadoussac è la tappa obbligata prima di lasciare il San Lorenzo ed entrare nel lungo fiordo. Un piccolo marina dotato di pochi e precari pontili galleggianti offre una base d’appoggio necessaria per lasciare la barca edandare a rimpinguare la cambusa in uno dei tre piccoli negozi di alimentari che distano meno di un chilometro. Jean Pierre, il direttore del marina, mi chiede al Vhf oltre alla lunghezza di Jancris anche il peso. Poi permette l’attracco “long side” all’inizio del pontile e ci viene a prendere le cime d’ormeggio. Una volta completato l’ormeggio gli domando perché mi ha chiesto il peso della barca. Lui, strizzando gli occhi colore ghiaccio, con un sorriso sornione, mi dice che
in caso di raffiche di vento il pontile potrebbe staccarsi e andarsene alla deriva con le barche attraccate, se supera un certo peso. Non oso chiedergli quale sia la soglia massima di peso, e ricambio il suo sorriso. Passeggiando sulla collina che domina l’ampia baia bagnata dal San Lorenzo, numerosi negozi di souvenir espongono oggetti in vetro, peluche, legno e pietra che rappresentano balene e beluga. Le insegne delle pensioni e persino dei pub richiamano questi mammiferi così popolari in questa zona da attirare centinaia di turisti da tutto il Canada e dai vicini Usa. A confermare la straordinaria presenza di questi animali, specialmente dei rari beluga che vivono lungo la banchisa polare, vicino al marina sono ormeggiati una decina di grossi gommoni adibiti al trasporto turisti per vedere da vicino queste creature.
Inoltrandoci nella cittadina abbiamo la netta impressione che l’economia locale sia legata al richiamo turistico esercitato da questo particolare habitat che fin da tempi remoti ha concesso a balene, foche e beluga di vivere stabilmente in questo piccolo specchio d’acqua salmastro che rispecchia certe caratteristiche dell’oceano artico e che ha permesso loro di continuare a riprodursi senza bisogno di migrare. Consapevoli del delicato equilibrio tra turismo e natura, abitanti e autorità locali hanno stilato regole ferree per preservare l’ecosistema marino e terrestre e all’ufficio informazioni turistiche, nel centro del piccolo paese, il personale esaurisce ogni curiosità del visitatore. Tadoussac somiglia all’ultimo avamposto prima delle fantastiche terre raccontate nei libri di Jack London. La grande natura che ci circonda conferma le aspettative e rapisce i nostri sguardi con la sua selvaggia bellezza.
Ile Saint Louis, nel grande fiordo
L’acqua del San Lorenzo con giganteschi gorghi e bianche onde di corrente si mischia all’enorme massa d’acqua che come un fiume in piena esce dal fiordo creando una corrente di oltre sette nodi. Per abbandonare il marina di Tadoussac e inoltrarci nel Saguenay abbiamo la fortuna di avere la corrente favorevole a un’ora decente, le undici del mattino.
Dopo oltre un mese di navigazione nel San Lorenzo, abbiamo imparato a seguire gli orari ferrei delle maree, non ci pensiamo nemmeno ad anticipare la partenza per combattere una guerra persa contro la corrente. Mentre molliamo gli ormeggi dal cielo di piombo cadono grosse gocce freddissime di pioggia che pungono sulla pelle del viso e delle mani nude. All’orizzonte un incoraggiante squarcio blu intenso lascia sperare che la giornata regalerà anche qualche ora di sole.
Alti dirupi di liscio granito rosa reso lucido dalla pioggia si tuffano verticali negli abissi blu del Saguenay invitandoci ad entrare e seguire quella liquida strada magica che s’inoltra nella foresta fino a sparire nello scuro orizzonte. A prua i gorghi svaniscono e anche le ondine ripide e bianche create dalla corrente. Rapiti dal paesaggio che ci scorre ai lati proseguiamo stretti tra le ripide pareti e le verdi foreste. Il fiordo dopo la prima curva ci inghiotte e l’ampio San Lorenzo scompare a poppa. Bianche nuvole si alzano dai boschi. Un ambiente dolomitico d’alta quota si svela mozzandoci il fiato. L’acqua blu sembra più densa e più immobile di prima e mentre la osserviamo una schiena bianca immacolata emerge con uno sbuffo a pochi metri da Jancris e subito sparisce.
Ci guardiamo increduli e corriamo a prua per vedere meglio. Eccola ancora, e non è la sola, ce ne sono almeno altre quattro. Un gruppo di beluga senza fretta nuota verso l’interno e noi mettiamo il motore in folle per non superarli e osservarli meglio. Dopo quindici miglia arriviamo
al nostro ancoraggio davanti alla piccola e deserta isola di Saint Louis, un blocco di roccia rosa coperto di pini e muschi. Caliamo l’àncora su una decina di metri di fondo, spegniamo il motore e veniamo inghiottiti dal silenzio vivo della foresta che circonda il piccolo ridosso. La barca è immobile e si specchia sull’acqua come le montagne che ci fanno da cornice. Senza attendere caliamo il tender e andiamo a esplorare l’isolotto emozionati come fossimo i primi uomini a mettervi piede.
Anse Saint-Jean
A meno di una decina di miglia dall’isolotto di Saint Louis Anse Saint-Jean offre la comodità di un piccolo marina se la barca è inferiore ai 14 metri, o come nel nostro caso, dare fondo davanti alla lunga spiaggia che separa dall’acqua i pini. Un villaggio si annida sui verdi fianchi delle colline e le dolci vallate che degradano verso il fiordo. Le piccole ma ben tenute abitazioni sono di legno colorato in un piacevole stile da baita.
Sono circondate da giardini impeccabili arricchiti da fiori. A queste latitudini il buio arriva con calma dopo le nove di sera, si vivono giornate lunghissime. In pozzetto, riparati dall’impagabile capottina rigida e dal bimini attrezzato con finestre laterali, ci godiamo il panorama nell’ora magica che separa il giorno dalla notte. A quest’ora il bosco cambia suoni, i predatori notturni si preparano alla caccia, mentre quelli diurni si ritirano nelle loro tane. In cielo stormi di corvi volano bassi mentre altissime le aquile galleggiano sull’aria senza un battito d’ali in cerca dell’ultimo pasto. Un’increspatura sull’acqua vitrea attira la nostra attenzione. E’ la testa lucida e tondeggiante di una foca che respira e si guarda intorno prima di sparire. Le luci ambrate di Jancris bucano il nero della notte che inghiotte ogni cosa intorno.
Baia Eternité
Grazie a un gentile vento di sud-est copriamo le otto miglia che ci separano da Baia Eternité. Falesie gigantesche si tuffano verticali nel blu cobalto del Saguenay. Come gigantesche torri inespugnabili segnalano l’ingresso alla profonda baia dove andiamo a ormeggiare. Qui le profondità sono elevatissime fino a pochi metri da riva, ma sono stati attrezzati robusti corpi morti dove ci si può attaccare. L’uso del corpo morto costa quindici dollari e non c’è personale che li controlla.
A terra c’è una cassetta delle lettere e di lato vi sono lelbuste dove si mettono i soldi, si scrive il nome della barca, si imbuca la busta ed è fatto. Da qui partono percorsi di trekking e passeggiate che portano a visitare l’interno della foresta. Ogni percorso è illustrato con un cartello che riporta la lunghezza e il grado di difficoltà. Noi scegliamo di percorrere quello che porta a vedere la grande statua della Madonna del Saguenay, è un ex voto di un cacciatore di pellicce che in inverno, cadendo nelle acque ghiacciate del fiordo, si è salvato miracolosamente. Un sentiero ben segnato e preparato s’inoltra nella fitta foresta rendendo la camminata piacevole priva di difficoltà. Sfiliamo vicini a numerose piccole cascate e a cristallini rivoli d’acqua che a volte si trasformano in stagni grazie al lavoro instancabile dei castori. Scoiattoli curiosi e timidi saltellano tra gli alberi osservandoci passare a debita distanza. Fruscii e rumori a volte richiamano la nostra attenzione verso animali sfuggenti e ben mimetizzati con il sottobosco. Dopo tre chilometri arriviamo alla mèta e davanti si apre il Saguenay in tutta la sua bellezza. Su un enorme masso granitico levigato dal ghiaccio si erge una bianca statua della Madonna e noi ci concediamo un meritato riposo prima di tornare indietro. I corpi morti sono a pochi metri da riva e la sera, a causa dell’assenza di vento, siamo invasi da affamate zanzare che ci costringono a rifugiarci in cabina perdendoci la vista della baia al tramonto.
La Baie
Dove il Saguenay si dirama, navigando verso sud-ovest, il fiordo finisce sulla baia che ha l’originale nome di Ha! Ha! Qui sorge una cittadina anonima, trafficata e industrializzata, La Baie. Il marina Ville de la Baie ha una lunga e instabile passerella galleggiante che porta ai pontili dove si attracca. La gente è molto cordiale e subito il commodoro ci consegna le chiavi della sua auto per andare a rifornirci di cibo fresco e bevande. Come sempre la curiosità di vedere a poppa sventolare la bandiera di un Paese lontano ci mette al centro di attenzioni e cortesie. Navigare lontano, su rotte poco battute, ci ha fatto stupire della gentilezza e della cordialità della gente, in tutto il mondo. Però, in Canada, in mezzo alle foreste, abbiamo incontrato gente schietta, il cui atteggiamento è spontaneo, senza secondi fini. La vita dura forgia caratteri altrettanto duri, ma con premure, nel pensiero e nei gesti, che nelle città si sono spente. Il fiordo di Saguenay è un’esperienza velica affascinante, abbiamo visto una natura esuberante che esplode nella breve estate del nord per poi andare in letargo nei lunghi mesi invernali quando metri di ghiaccio paralizzano le acque e la neve isola i centri minori. Il Saguenay meritava i sacrifici e le tante miglia percorse e adesso che la stagione buona inizia ad accorciarsi lasciamo questi luoghi con rimpianto.