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Crociera e Velocità

Il tipo di navigazione per cui si ottimizza una barca influenza il disegno delle sue forme di carena, quindi il piano velico e le appendici. Esistono geometrie migliori per specifiche condizioni di navigazione: questo, per esempio, è evidenziato da due tipologie di moderni yacht da regata come gli Iacc delle recenti edizioni della Coppa America e i Volvo 70, barche a vela che dal punto di vista architettonico e concettuale si trovano ai due estremi opposti della scala...

Crociera e Velocità
Il tipo di navigazione per cui si ottimizza una barca influenza il disegno delle sue forme di carena, quindi il piano velico e le appendici. Esistono geometrie migliori per specifiche condizioni di navigazione: questo, per esempio, è evidenziato da due tipologie di moderni yacht da regata come gli Iacc delle recenti edizioni della Coppa America e i Volvo 70, barche a vela che dal punto di vista architettonico e concettuale si trovano ai due estremi opposti della scala evolutiva dello yacht design. Gli Iacc hanno saputo mettere in gioco eccezionali doti boliniere, i Volvo 70 impressionano per prestazioni con venti portanti, registrando velocità medie che, solo fino a qualche anno fa, erano dominio dei multiscafi più spinti. A prescindere dal forte controllo esercitato dalle formule di stazza sull’architettura degli Iacc e dei Volvo 70 si possono estrarre considerazioni abbastanza generali da questi due tipi di barche a vela. Non è un caso, infatti, che gli yacht nati sotto il regolamento Iacc, relativamente pesanti e dotati di un raddrizzamento dato quasi esclusivamente dalla zavorra, abbiano scafi strettissimi e con linee di carena votate al contenimento della resistenza d’onda fino ai limiti più alti del regime dislocante. Non è neppure un caso che i Volvo 70 siano leggerissimi, larghi e con forme di carena pensate per generare un sostentamento dinamico che consenta di superare con una certa agilità la velocità di carena; la loro rigidità alla tela è garantita sì dalla possibilità di basculare la deriva, ma anche da una stabilità di forma molto sviluppata. Dal punto di vista statico, si possono fare considerazioni scontate, ma del tutto valide. Non è certo un fatto trascurabile che una barca larga offra volumi interni maggiori e ampie superfici calpestabili esterne, una stabilità di forma più alta, quindi un momento raddrizzante intenso soprattutto nei primi gradi di sbandamento. Dal punto di vista dinamico, una barca stretta può mettere in gioco equilibri legati a un movimento in acqua che, in certe situazioni specifiche,può essere tanto migliorativo da non far troppo rimpiangere la perdita di spazio vivibile a bordo. In effetti, il moto ondoso e l’azione del vento sulle vele affrontati alle diverse andature introducono forze che non sono costanti e che innescano movimenti fortemente dipendenti dalle caratteristiche inerziali e geometriche della barca stessa. Ne sono esempi il periodo caratteristico di beccheggio, quello di rollìo, ne sono una prova anche instabilità dovute al rollìo nelle navigazioni al lasco: caratteristiche che si riescono qualitativamente a prevedere in fase progettuale e che contribuiscono a definire, quantomeno a grandi linee, le forme delle carene più adatte a dati impieghi. Seppure imbarcazioni estreme, gli Iacc e i Volvo 70 sono definiti dagli stessi parametri progettuali che un designer si trova a dover pesare e calibrare ogni volta che deve tirare le linee di una barca a vela. I fast cruiser moderni, oggigiorno quasi del tutto svincolati dalle forme imposte dal regolamento Ims, devono avere un range di impiego più ampio di quanto non sia quello richiesto da una barca da regata che nasce per i percorsi a bastone piuttosto che per navigare quasi esclusivamente al lasco. Questo fatto premia forme e soluzioni che si avvicinano al miglior compromesso, stimolando i designer a ricercare architetture sempre più raffinate, a volte, addirittura miscelando le soluzioni che più tradizionalmente parrebbero essere agli antipodi. In quest’ottica, che vede l’analisi esasperata di un compromesso che sia il migliore possibile, sembra quasi una soluzione scontata quella, per esempio, adottata dallo Studio Luca Brenta che per il B42 ha disegnato una carena strettissima come può essere quella di un Coppa America, ma ha tenuto un dislocamento estremamente leggero come vuole lo stile dei Volvo 70 piuttosto che dei recenti Open 60: il risultato è una barca molto boliniera, ma anche in grado di planare al lasco. Qual è la giusta via? È difficile se non impossibile indicare una rotta progettuale che sia univoca e anche credibile, rimane il fatto che una buona barca a vela è quella che vanta coerenza progettuale e costruttiva: se è vero che il B42 bolina in maniera eccezionale, è altrettanto vero che chi decide di volerci navigare dodici ore con vento teso e la barca sdraiata a 30 gradi, deve essere ben conscio che la qualità della vita a bordo non sarà mai come quella, per esempio, che ci potrà essere sull’Azurée 40 che, largo e poco sbandato, permette maggior comfort pur sacrificando qualche grado al vento e qualche decimo di nodo. Per questo il B42 è nato come daysailer, nonostante interni raffinati e accoglienti, e l’Azurée 40 come barca adatta anche a lunghe navigazioni. Rimane credibile l’idea che, come vuole la tradizione dello yacht design, barche dedicate a navigare con venti portanti poco numeroso e amatoriale si trovi a navigare al lasco a più di 20 nodi tra grandi onde: è allora lecito domandarsi quale sia la coerenza tra il mezzo e l’equipaggio. Lo stesso vale per una barca stretta e affilata che bolina sbandata tanto da mettere la falchetta in acqua, portata da un equipaggio che, bagnato e fortemente vincolato nei movimenti, è salpato con l’idea di godersi una tranquilla crociera. Il concetto di sicurezza in crociera, e più in generale di navigazione a vela, esula dalle intenzioni di questo articolo seppure rappresenti un aspetto su cui è doveroso ragionare nella fase di definizione delle specifiche ancor prima che in sede progettuale.

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