La collana di isole di un Egeo multiculturale, intimamente greco ma vicino alla
Turchia, e ancora legato alla dominazione italiana.
Come il Dodecaneso possa essere (assieme alle Cicladi) l’archetipo della
Grecia, rimane un mistero.
L’arcipelago ha visto le più svariate dominazioni nel corso della storia e solo
di recente è passato alla Grecia. Il turista però, trovandosi a Simi o a
Lindos, avverte più che mai di essere in Grecia, quella dei calendari, delle
casette bianche con il tetto piatto, quella dei gatti ad ogni angolo della
strada e quella dei gozzi colorati di pescatori. Difficilmente, se non alle
Cicladi, potrà avere più netta questa sensazione.
Le isole sono disposte, a due passi dalla costa turca, su una linea NE - SO,
stessa direzione in cui soffia durante l’estate il Meltemi, quello che tanti
greci definiscono come il vento maledetto, per il mare disordinato che si porta
dietro oltre che per la sua violenza. È frequente sentirsi raccontare da vecchi
pescatori di disgrazie avvenute in mare durante i giorni di Meltemi, salvo poi
sentir concludere, con l’aria di chi ha già vissuto tutto, “dura solo tre
giorni, basta saperlo!”. In realtà, per il velista, questo vento non crea
eccessivi problemi, se affrontato con il giusto rispetto. Sarà infatti assurdo,
oltre che frustrante, provare a risalire di bolina in un giorno di vento forte:
il mare disordinato e l’onda corta e irregolare bloccano la barca, meglio
aspettare i famosi “tre giorni” del pescatore, quando cioè il vento, con ogni
probabilità, mollerà decisamente.
Tra le isole principali se ne trova una moltitudine di altre più piccole, ma
non per questo meno belle, con innumerevoli ancoraggi sicuri, quindi il metodo
migliore è forse quello di avvicinarsi, portolano alla mano, e “esplorare”.
Patmos
In un itinerario ideale tra queste isole, una delle tappe più affascinanti è
Patmos. Quest’isola, la più settentrionale dell’arcipelago, fu, per il suo
lungo esilio, la terra di San Giovanni. È sempre stata anche una roccaforte dei
pirati saraceni, ed è proprio per difendersi dalle incessanti incursioni di
questi ultimi che nel XV secolo furono erette, a protezione del monastero in
onore di San Giovanni istituito nel 1088, le alte mura fortificate che ancora
dominano l’isola e che permisero il fiorire di una biblioteca che per secoli fu
considerata la seconda di tutta la Grecia. Ancora oggi il monastero è
considerato, dopo il monte Athos, il centro della Chiesa cristiana ortodossa.
Una visita vale assolutamente la sosta.
Il paese principale, nonché l’unico porto, è Skala. Paesino grazioso risalente
al periodo di occupazione italiana, anche se ingrandito di fronte all’assalto
turistico. In generale l’isola è bella e frastagliata, non è difficile trovare
una buona rada dove passare la notte.
Kalimnos
Dirigendo per Sud Ovest la seconda tappa sarà Kalimnos, imponente blocco di
roccia frastagliato e quasi senza vegetazione. La sua capitale, Porto Kalimnos,
è il centro della pesca delle spugne di tutta la Grecia. Ogni estate i
pescatori di spugne partono verso i mari al largo della costa nord dell’Africa,
da cui torneranno dopo cinque mesi di lavoro. Ogni anno l’addio è accompagnato
da cerimonie religiose importanti e commoventi. Oggi le spugne naturali sono
state sostituite dalle artificiali e hanno un ruolo di souvenir per i turisti.
Il porto è molto grande, trafficato, la città disordinata e quasi priva di
fascino. Seduce solo il colpo d’occhio che si ha arrivando dal mare, con le
case colorate di blu, usanza che deriva dall’occupazione italiana, quando i
Greci tenevano a rammentare i colori della loro bandiera nazionale.
Poco più di un miglio a nord si apre lo stretto fiordo di Vathi. Il paesino di
Rina è minuscolo, ma vi si trova qualche buona trattoria dove concedersi
moussaka e souvlakia e qualche negozio di alimentari. L’ormeggio è perfetto,
sia sulla piccola banchina, davanti al “club nautico” (una casa con un’insegna
e niente di più), sia alla ruota, stando attenti all’affollamento delle barche
dei pescatori locali. Arrivando nel pomeriggio non si può perdere l’occasione
di fare una passeggiata nella vallata che si inoltra nell’entroterra. Sulla
roccia rossastra spiccano aranceti, limoni e ricchissimi orti. Un’occasione per
immergersi nei profumi di questa terra e nel canto delle cicale.
Kos
Riprendiamo il largo con prua a Sud Ovest, ci lasciamo alle spalle l’isola di
Pserimos e la penisola turca di Myndus su cui sorge Bodrum, e giungiamo, dopo
poco più di una decina di miglia, alla grande e storica isola di Kos. Già dal
366 a.C., con la fondazione della città, divenne un importante scalo marittimo.
L’isola è incredibilmente fertile e le coltivazioni di meloni e uva si
estendono sino alla battigia. Le alture sono fin dall’antichità ricoperte da
roveti di more, habitat ideale per i bachi da seta, per la quale Kos era nota
in tutto l’impero Romano. L’isola diede i natali a Ippocrate, padre della
medicina moderna. Vale la pena di trovare un po’ di tempo per una visita all’
Aesculapion, scuola di medicina fondata da Ippocrate nei pressi del tempio del
dio Asclepio, dio delle guarigioni, di cui si considerava discendente.
Sul porto, come a Rodi, domina il castello dei Cavalieri. La città è una vivace
mescolanza di architettura medievale franca e turca. Se c’è posto nel porto
antico, è un’occasione da cogliere al volo.
La città è vivace e la serata sarà piacevole.Il turismo non ha ancora
cancellato la “grecità” del posto, anche se si cominciano a trovare più negozi
di souvenir che vecchiette vestite di nero sedute sulla soglia di casa.
Poco più a sud del porto antico è stato inaugurato finalmente, dopo anni di
lavori, un nuovo marina, ben attrezzato.
Astiphalaea
Al momento di ripartire, ci aspetta una scelta importante. Dopo 25 miglia di
mare aperto al vento in direzione WSW, infatti, si trova Astiphalaea, isola
splendida, dalla forma di farfalla, a metà strada tra il Dodecaneso e le
Cicladi, così solitaria da essere spesso esclusa dalle rotte comuni.
In passato l’isola è stata fertile e pescosa, Plinio ne magnificò le
eccezionali cozze di cui purtroppo oggi non resta traccia e anche il territorio
è spoglio e brullo. Nel Medioevo fu dominata dalla famiglia veneziana dei
Quirini, che costruirono nel XIII secolo il castello che domina il paese di
Skala, formando con esso un unico agglomerato incantevole che dal mare arriva
in cima alla collina. L’isola è disseminata di oltre 200 chiesette, costruite
da privati cittadini e ora molte sono in stato di abbandono. Il porto non offre
grandi ancoraggi, bisognerà usare cautela, lungo le sue sponde però vi sono
buoni ristoranti, alcuni dei quali con una vista invidiabile.
Se non è possibile ormeggiare a Skala, il consiglio è di seguire l’abitudine
dei pescatori e spostarsi a Maltezana, una grande e piacevole baia con le
sponde verdeggianti, cosa rara per Astiphalaea. Se il Meltemi imperversa,
Vathi, nella parte Nordest dell’isola, è il posto migliore: uno stretto fiordo,
riparato da pareti rocciose e ridossato. Il gruppo di case non può certo essere
considerato villaggio, l’unica trattoria serve piatti greci la sera e caffè la
mattina.
Nisiros
Allontanandosi, il problema del Meltemi si ripresenta e la nostra prossima
meta, Nisiros, dista 35 miglia. E’ il cratere di un vulcano spento, dalle coste
verdeggianti e con due paesi incantevoli. Mandraki è il principale. Il porto
non è attrezzato e il traghetto disturba abbastanza. Meglio quindi optare per
Palon, porto tranquillo, con acqua cristallina, dove trovare un buon ormeggio,
qualche negozio, un paio di ottime taverne e, se siamo fortunati, del pesce
appena pescato. Una passeggiata nel cratere è d’obbligo, da qui si gode un
panorama splendido, attenzione però, in estate il sole è forte e non c’è alcun
riparo per quasi 4 km, meglio quindi attrezzarsi con acqua e un cappello.
Simi e Tilos
Quasi abbracciata dalla costa turca, Simi è imperdibile. I maestri d’ascia
simioti erano rinomati in tutto il Mediterraneo, costruirono le galee per i
Cavalieri di Rodi e per gli invasori turchi, ancora oggi sono ricercati per la
costruzione di caicchi. L’isola è incredibilmente frastagliata e offre una
varietà di ormeggi. Il porto è quanto di più pittoresco si possa immaginare. Un’
insenatura naturale su cui si affaccia un paesino disegnato da mano di bambino.
Le case colorate a tinte pastello, una sull’altra quasi fossero in due
dimensioni, accolgono ogni giorno numerosi turisti, rimanendone però quasi
indifferenti. Il porto offre i servizi indispensabili, e regala un’emozione e
dei ricordi incancellabili. Con il porto di Simi ancora negli occhi e nel
cuore, ripartiamo verso Tilos, rotta Sud-Ovest.
Già avvicinandoci si avverte che il turismo di massa si è quasi dimenticato di
questo luogo, lasciandolo miracolosamente genuino. L’ormeggio non è dei
migliori, quindi ne possiamo godere solamente con tempo buono, nel qual caso è
piacevole una passeggiata per il paesino, senza aspettarsi il fascino di Simi o
di Astiphalaea, ma senza la stessa invasione di turisti.
Le isole dell’abbandono
Ormai vicini alla costa di Rodi, piatto forte del nostro viaggio, facciamo una
sosta a Kalki e Alimia, isolotti e da sempre dipendenti da Rodi. Kalki ha un
porticciolo delizioso, copia in piccolo di quello di Simi, attorno a una rada a
ferro di cavallo. Molte case sono in rovina perché la popolazione si sta
gradualmente trasferendo in cerca di lavoro, abbandonando un’economia fatta
ancora di pesca e allevamento delle capre. Alimia è praticamente deserta,
eccetto qualche sparuta casa di pescatori. Entrambe le isole erano punti di
avvistamento di Rodi, come testimoniano i forti diroccati.
Prima di fare prua verso Rodi, dove termina la nostra navigazione, decidiamo di
affrontare nuovamente il mare disordinato e spingerci fino a Karpathos e Kasos,
dimenticate dal turismo e dalla storia, queste due isole solitarie, sono
montagnose e dirupate e quasi disabitate. Kasos, dopo la devastazione subìta da
parte degli Egiziani nel 1824, non si è mai completamente ripresa e oggi il
piccolopaese di Fri, con il delizioso porticciolo di caicchi, ha un fascino
decadente che ad alcuni ricorda il Nord Africa.
Karpathos è verde e fertile, la piccola cittadina di Pigadhia è accogliente e
negli ultimi anni ha cominciato a aprirsi ai pochi turisti che scelgono di
evitare le rotte battute. L’isola ha anche delle spiagge splendide, ma
soprattutto varrebbe la pena di lasciare la barca, ormeggio permettendo, e
inoltrarsi sulle montagne, per conoscere un aspetto dell’isola più nascosto, ma
non meno affascinante.
Rodi
Sfidiamo il Meltemi (per l’ultima volta...) e torniamo verso Rodi. Arriviamo da
sud e incontriamo Prassonissi, una sottile lingua di sabbia che unisce un
promontorio all’isola. Paradiso dei windsurfer, offrendo sempre vento teso e
costante, il mare a nord della lingua offre onde su cui compiere evoluzioni,
mentre a sud è piatto, ideale per la velocità.
Arrivando in barca passeremo oltre, con un buon vento al traverso e seguendo la
costa meridionale, giunti circa a metà dell’isola, approdiamo a Lindos, la
perla dell’Egeo. Prima che fosse fondata Rodi, nel 408 a.C., era la capitale
dell’isola, di allora rimangono i resti dell’acropoli.
In epoca medievale il suo fascino non fu indifferente ai Cavalieri, che attorno
all’acropoli vollero un castello e che costruirono decine di case che ancora
oggi costellano il paese. Queste, costruite attorno a un patio pavimentato a
koklaki (mosaico di piccoli ciottoli) e le facciate decorate a bassorilievo,
mantenevano l’impostazione caratteristica greca, con una stanza grande
principale, pur con una certa ricchezza. Esternamente tutte le case, anche le
più recenti, vengono reimbiancate ogni anno, dando al paese quel candore che
colpisce a prima vista. Porto Grande, come lo chiamano i Lindioti, è una grande
baia riparata da due isolette, le “isole del sale”. La spiaggia in agosto
assomiglia alla riviera romagnola... ma
tenendosi nella parte nord della baia principale si riesce a evitare la folla.
Andiamo verso “Porto” San Paolo, un’insenatura ridossata, la cui imboccatura
non è evidente. Il posto è magico, ormeggiamo in quattro metri d’acqua limpida;
sul lato nord alcune barche di pescatori (Theòdoro è un’istituzione, sembra che
ci sia da sempre), a sud la chiesetta di San Paolo e sopra la parete di roccia
l’acropoli dominare tutto. Le strade strette brulicano di turisti, a piedi o a
dorso di mulo, ma avendo pazienza fino a sera e evitando la strada maestra,
avremo la fortuna di passeggiare in un paese senza tempo. La piazza principale,
costruita attorno a un platano secolare con il tronco verniciato di bianco,
ospita da più di un secolo il ristorante Mavrikos. Dimitri, il cuoco, ha
studiato in Italia, propone pietanze greche e qualche piatto all’italiana, il
fratello Mikali alla cassa e il padre Vassili (ex cuoco) completano il quadro
di un locale da non perdere.
Dirigendoci verso nord ci rendiamo conto di come l’isola sia divisa in due: la
parte nordorientale è turistica, un susseguirsi di alberghi, spiagge
attrezzate, discoteche e ristoranti; la parte sudoccidentale è genuina, i paesi
bianchi e silenziosi, le donne vestite di nero a parlottare sedute sulla
soglia di casa e gli uomini in crocchio a sfidare il pope (prete ortodosso) a
tavli (backgammon), facendo roteare il komboloy (una specie di rosario di 33
grani di vetro).
Rodi inevitabilmente è la capitale turistica dell’isola. Già a distanza si
manifesta una città grande e viva, sulla costa una serie di alberghi e verso
il porto una moltitudine di traghetti. Ilforte con il faro indica l’ingresso
del bacino di Mandraki. La città di Rodi è caotica, rumorosa e
piena di vita. La città vecchia, racchiusa dalle mura, è invasa ogni giorno da
turisti, conservando un fascino a metà strada tra il medievale e l’orientale.
La zona chiamata Chora, dove un tempo risiedeva una popolazione eterogenea, è
un dedalo di vie in cui incontriamo moschee, bagni turchi, chiese bizantine e
palazzi gotici in un susseguirsi incredibile e suggestivo. Il mercato coperto
di fronte al porto, infine, ci lascia la sensazione di essere stati catapultati
in Turchia, è colorato e vivace e merita una visita.
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