Vade retro armatore
Dopo il caso di Flavio Briatore, finito nella rete di un’operazione antievasione, si lancia l’allarme per la fuga di maxiyacht dall’Italia. Come se fosse soltanto l’inasprimento di (sacrosanti) controlli fiscali a tenere lontano dai nostri porti il turismo nautico di lusso, e non anche la scarsa efficienza, le pastoie burocratiche e i costi esagerati dei servizi offerti.
Navigazione sempre più difficile per la nautica italiana. Se prima andar per mare era considerata roba da ricchi, dopo i sigilli apposti al Force Blue il diporto sembra diventato tout court ignobile vizio da evasori. Ci vorranno anni per sapere se, come ritengono i giudici, il mega yacht sequestrato dalla Guardia di Finanza è servito a Flavio Briatore per sottrarre milioni al fisco dietro il paravento di una compiacente società di charter, oppure se della lussuosa imbarcazione il manager, come lui sostiene, era soltanto un facoltoso e regolare cliente. Come spesso in Italia, l’avvio di un’inchiesta è già una condanna da prima pagina. Ma ammettiamo per un momento che l’inchiesta abbia colto nel segno e che il “Caso Briatore” abbia scoperchiato un meccanismo di truffe imbastite per farsi la barca e godersela a spese dei contribuenti onesti. Non soltanto sarebbe giusto colpire con il massimo rigore, ma anche mettere in atto tutti quei provvedimenti per rendere più difficili gli imbrogli e garantire serenità all’armatore onesto. Che accade invece nel Bel Paese, proprio alla vigilia della stagione estiva? Accade che, ancora una volta, un’inchiesta giudiziaria diventa terreno di scontro politico e un’iniziativa tesa a contrastare l’evasione innesca non soltanto la demonizzazione di una categoria di cittadini abbienti, ma getta ombre dense di demagogia e approssimazione sull’attività di cantieri che in Italia danno lavoro a 120mila addetti e rappresentano l’eccellenza mondiale nel settore.
E mentre divampa la rissa mediatica sulla barca ormai più famosa al mondo, con le riviste di gossip che propongono le foto rubate della cabina armatoriale come fosse il covo dell’ultimo boss di Cosa nostra, il Finalcial Times, che nelle nostre disgrazie vere o immaginarie ama buttarsi a pesce, annuncia sulla scorta di non si sa bene quali “testimonianze di esperti” che le grandi barche sono in fuga dalle nostre coste per cercar riparo nei più accoglienti e fiscalmente accomodanti porti della Grecia, del Montenegro e della Tunisia.
Finirà così? Assisteremo a un fuggi fuggi come accadde in Sardegna l’estate nel 2007, quando venne emanata la scriteriata “tassa sul lusso” che pochi giorni fa la Consulta ha dichiarato illegittima? Purtroppo è probabile. Di sicuro il polverone è enorme, e temiamo che quando si dissolverà i problemi della nautica, quelli che non fanno notizia perché riguardano l’eccesso di complicazione e burocrazia, la mancanza di servizi o la scarsa trasparenza nella gestione dei marina (vedi Vela e Motore di giugno) riappariranno intatti. Come scogli sempre in agguato sulla rotta di chi fatica e si impegna per far crescere una nautica seria, innovativa e competitiva nel rispetto di regole certe. Quella nautica che ha diffuso in Italia la voglia di navigare e formato generazioni di armatori per bene che la barca se la comprano per evadere dalla faticosa routine del lavoro, non dalle tasse. Anche di questo ci piacerebbe si parlasse dopo lo “Scandalo Briatore”. Invece niente: soltanto strepiti e risse da talk show. Non è anche questo uno scandalo?
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