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E' in edicola Vela e Motore di ottobre

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E' in edicola Vela e Motore di ottobre

SFOGLIA LA RIVISTA

 

Voglia di governo

 

La crisi dei mercati  continua a sommarsi alla mancanza di strategie politiche. Sempre più soli, i nostri cantieri continuano a resistere e investire in Italia. Fino a quando?

 

 

Non c’era bisogno del declassamento di Standard & Poor’s per capire che  siamo impantanati. Immersi fino al collo nelle difficiltà dell’economia globale, ma soprattutto paralizzati all’interno della desolata contemplazione della nostra immobilità. Nella nautica lo spettacolo è particolarmente deprimente. Prima della crisi costruttori e operatori lamentavano la lontananza del governo: oggi questa distanza è diventata un abisso, come se i problemi del settore fossero marginali rispetto ad altri considerati più urgenti. Avevamo sperato che l’ottuso luogo comune che la nautica è roba da ricchi fosse stato superato da una visione più matura e responsabile dell’immenso valore costituito dalla cantieristica italiana. Avevamo perfino creduto che l’evidente necessità di “fare sistema” tra costruttori, operatori e istituzioni pubbliche cominciasse a far breccia nella testa dei nostri politici. Addirittura, pensate un po’, ci eravamo illusi che se un governo si presenta a un Salone come Genova con una delegazione più numerosa di una squadra di calcio, qualche progetto serio in tasca ce l’ha. Niente di più sbagliato. Niente è cambiato, se non in peggio.

L’inchiesta che trovate nelle prossime pagine è una fotografia drammatica di una nautica che lotta per sopravvivere e imporsi sui mercati, zavorrata da un’inerzia politica che sta facendo perdere fiducia anche ai più tenaci alfieri del made in Italy. La qualità costruttiva, l’innovazione tecnologica, l’eleganza del designer, non bastano senza un quadro di riferimento, senza una strategia di sviluppo condivisa e sostenuta. E’ ciò che banalmente si chiama governo di un Paese. Gli addetti nel settore nautico a fine 2010 erano circa 27 mila, con un calo minimo rispetto all’anno precedente. Quasi un miracolo a confronto dei tagli operati altrove. Merito della straordinaria capacità di vendere all’estero, dove riusciamo a piazzare oltre due terzi del nostro fatturato. Fino a quando? Fino a quando all’esportazione delle barche finite non corrisponderà anche la delocalizzazione del lavoro per costruirle? E fino a quando sarà conveniente partecipare con elevatissimi costi a Saloni rivolti a una percentuale sempre più ridotta dei mercati di riferimenti? È questo che si domanda la nautica italiana nella nostra inchiesta. Si attendono risposte, possibilmente serie.

 

Marta Gasparini

Caporedattore

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