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Polinesia, giardini di corallo

10 agosto 2017
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    In catamarano a zonzo tra le isole Sottovento della Polinesia francese. Persi nel cuore dell’Oceano Pacifico tra reef, pesci variopinti, spiagge bianche, acqua trasparente e orizzonti infiniti. In sintesi: benvenuti in paradiso di Ambrogio Rocca

    Polinesia, giardini di corallo

    Immaginare di navigare in un acquario, dove l’acqua ha il colore di una piscina e dove la temperatura è sempre ideale, durante il nostro inverno, può sembrare lontano anni luce. In realtà è dall’altra parte del mondo. Letteralmente. La Polinesia Francese infatti è a dodici ore esatte di fuso orario rispetto all’Italia. Il viaggio occupa un’intera giornata, o anche qualche ora di più, ma una volta arrivati a destinazione non si può far altro che rimanere estasiati da ciò che più somiglia all’immagine del paradiso terrestre che siamo abituati ad avere in mente.

    Isole di una bellezza travolgente, dove la natura è selvaggia, picchi scoscesi, acque calmissime e spiagge orlate di palme. La fauna marina è tra le più affascinanti del pianeta, ogni tuffo è come una visita all’acquario. Stiamo parlando delle Isole Sottovento, parte delle Isole della Società, in quel Territorio d’Oltremare Francese, perso nel centro dell’Oceano Pacifico.

     

    ISOLE SOTTOVENTO, IMBARCO A RAIATEA

    Abbiamo noleggiato con Sunsail un catamarano, a bordo siamo in due, uno esperto e l’altra alle prime armi. Molliamo gli ormeggi dalla Marina Apoiti, a Raiatea, quando il cielo si copre d’improvviso, ma uno di quei classici personaggi da porto, che sono uguali in tutto il mondo, ci guarda sorridendo e dice “vai tranquillo, adesso torna il sole…”. Nel momento in cui passiamo la diga del porto e ci prepariamo a fare rotta verso Taha’a, si scatena un temporale così violento che dal timone facciamo fatica a vedere la prua. Non resta che rallentare e affidarsi al gps per evitare i banchi di corallo. Usiamo sia il Raymarine installato a bordo, sia l’app Navionics sul telefono. Indossiamo la cerata dopo nemmeno un minuto, ma ormai è inutile, siamo fradici.

    L’ormeggio per la nostra prima sera è un miglio a est del motu Area, diamo àncora in tre metri d’acqua su un fondo di sabbia così chiara che ci sembra di aver ormeggiato in piscina.

    Da qui ci spostiamo con il tender per andare a fare snorkeling nel bel giardino di corallo tra i motu Tautau e Maharaj (16° 36.300’ S 151°33.905’ W), in meno di un metro d’acqua avvistiamo un gruppo di pesci pappagallo, pesci Napoleone e scoiattolo e anche una grossa murena, che non gradisce la nostra presenza e lo dimostra cambiando tana e nascondendosi in fretta.

    La mattina seguente partiamo di buon’ora, rotta sud fino alla Passe Paipai e poi prua verso Bora Bora.

    Il nostro primo incontro con l’Oceano Pacifico è meraviglioso, poche centinaia di metri fuori dalla passe "un esercito" di pesci volanti ci saluta planando tra le onde. Il vento è poco anche oggi, proviamo a veleggiare per più di un’ora, ma la nostra velocità scende molto e non vogliamo rischiare di arrivare troppo tardi, dunque chiudiamo il fiocco e torniamo ad accendere i motori. Ci accompagna un’onda molto lunga, alta un paio di metri, con una più corta un po’ disordinata, ma per fortuna abbastanza bassa.

     

    IL FASCINO DELLA LAGUNA

    L’ingresso nella laguna di Bora Bora è semplice, la passe è larga e senza insidie. Dopo cinque ore di navigazione entriamo e puntiamo verso Vaitape. Ci ormeggiamo all’inglese sfruttando il vento che ci fa scarrocciare dolcemente fino al grande molo di cemento. In città è possibile cambiare valuta, comprare souvenir e trovare qualche supermercato dove fare cambusa.

    Nel pomeriggio ci spostiamo verso sud, attraversando la baia Povai, per ormeggiarci davanti al Bloody Mary’s, forse il ristorante più famoso dell’isola. Dovrebbero esserci dei gavitelli, ma sono in parte occupati e in parte mezzi affondati, quindi con un po’ di insistenza ci mettiamo in testa al molo. Andiamo a chiedere se possiamo fermarci per la notte e, visto che prenotiamo un tavolo per la sera, acconsentono. Nel tardo pomeriggio ci spostiamo con il tender fino al meraviglioso giardino di corallo a sud di Topua Iti (16° 31.941’ S 151°45.857’ W). Il ristorante è un’istituzione, il pavimento è di sabbia e il tetto di paglia. Si mangia pesce e carne fresca, il tutto viene cucinato alla griglia.

    Al risveglio il tempo è buono, c’è poco vento e i soliti due metri d’onda lunga da SE, chiediamo conferma alla base, decidiamo dunque di partire per Maupiti.

    La passe è parecchio complicata, servono condizioni favorevoli perché le onde frangono sulla barriera lasciando non più di una decina di metri di passaggio, nei quali sono necessari almeno tre allineamenti diversi in sequenza. Arriviamo dopo circa sei ore di navigazione e lo spettacolo è fantastico. L’isola è una Bora Bora in miniatura, con un picco altissimo, pareti di roccia verticale e palme ovunque, contornata da una laguna turchese pressoché deserta.

    Quando arriviamo c’è solo un’altra barca. Puntiamo per l’ormeggio verso sud (16°28.403’ S 152°15.078’W) dove troviamo quattro gavitelli in fila, non dovremo nemmeno fare la fatica di dare àncora. Si sente in lontananza il rumore delle onde sulla barriera, mentre noi abbiamo acqua calmissima, il mare è di un colore incredibile e davanti abbiamo un’isola con una spiaggia candida coperta di palme: siamo ormeggiati in paradiso!

    Nel pomeriggio curiosiamo per la laguna con il tender, passiamo qualche ora sulla spiaggia del motu Pitiahe, raccogliamo un cocco che impiegheremo quasi un’ora ad aprire e continuiamo a entrare e uscire dall’acqua.

    La mattina ci svegliamo presto per andare a tuffarci appena a ovest della passe (16°28.345’ S 152°14.992’ W) dove le mante vengono a farsi togliere i parassiti dai pesci. Ne vediamo quattro, in cinque metri d’acqua, non si spaventano nemmeno quando ci immergiamo e nuotiamo a meno di un metro da loro. Tornati in barca ci spostiamo a est dell’isola, di fronte al piccolo centro abitato, che non è altro che una fila di casette lungo la costa. Viste le condizioni favorevoli sono arrivate altre barche, ma comunque in tutta la laguna non superano la decina. Anche qui (16°26.783’S 152°14.629’W) troviamo un gavitello libero, proprio di fronte a uno dei due ristoranti dell’isola, il Tarona, dove la sera mangeremo un fantastico Poisson Cru (piatto tipico, composto da pesce o gamberi crudi, con verdure, arancia e una vinaigrette a base di latte di cocco). L’altro ristorante è all’estremo opposto dell’isola, sulla spiaggia di Terei’a, una delle più belle che abbiamo mai visto. Si chiama Chez Mimi, non è niente di più di un chioschetto all’ombra delle palme, con tre tavoli coperti da una tovaglia di plastica, ma la location è impareggiabile.

    Scorazziamo per tutta la laguna, passando anche nella parte nord con coralli praticamente affioranti dappertutto. Anche con il tender bisogna prestare massima attenzione perché l’elica rischia di toccare in continuazione. Ci tuffiamo per uno snorkeling tra motu Paeao e motu Tuanai dove un bellissimo giardino di corallo ospita forse meno pesci colorati, ma in compenso vediamo due piccole mante nuotare in meno di 50 centimetri d’acqua.

    Quest’isola ci resterà nel cuore, Maria Grazia fotografa compulsivamente le poche case sulle sponde della passe, sognando di trasferirsi, mentre io controllo gli allineamenti per l’uscita. Anche questa volta il mare è clemente, quindi usciamo senza difficoltà. Volgiamo la prua a Bora Bora, ma sulla rotta ci sono dei nuvoloni neri minacciosi. A metà traversata infatti ci coglie un forte temporale che per quasi mezz’ora lava la coperta e nasconde le isole alla nostra vista. Questa volta abbiamo un po’ di vento contro, proprio di prua, che ci rallenta. Ci metteremo più di sei ore per arrivare allo Yacht Club di Bora Bora.

    Prendiamo un gavitello e scendiamo a terra per uno spuntino. Il posto è affascinante, anche se un po’ datato. Per la sera ci spostiamo in quello che secondo noi è il migliore ancoraggio di tutta la laguna (16°32.113’S 151°42.207’W) a nord di Pointe Faroone, nella parte meridionale del motu Piti Aau. Rimarremo due giorni ormeggiati in meno di tre metri d’acqua turchese, muovendoci con il tender per andare a nuotare con gli squali pinna nera (16°33.035’ S 151°42.323’ W) oppure in quello che viene soprannominato “acquarium” (16°32.490’ S 151°43.630 W). L’unico rumore che si sente è quello delle moto d’acqua degli ospiti dei resort che sfrecciano per la laguna senza sosta. Prima di abbandonare l’isola passeremo una sera in quello che molti ritengono il migliore ristorante, cioè il Maikai, appena a nord di Vaitape. L’ambiente è davvero splendido, i piatti buoni, ma i prezzi molto alti (per due drink e due piattini di pesce spendiamo 140 dollari…).

    La nostra ultima attraversata comincia alla grande, appena usciti dalla passe con prua verso Taha’a, avvistiamo uno spruzzo tra noi e la barriera. Una megattera di una decina di metri sta costeggiando placidamente il reef nuotando a pelo d’acqua. Oggi il mare è più grosso, la nostra traversata sarà un po’ più faticosa, ma la passe di Taha’a non presenta insidie, quindi arriviamo senza difficoltà a ormeggiarci di fronte al ristorante Le Ficus. Nel pomeriggio approfittiamo per una visita alla Champon Pearl Farm, dove una ragazza spagnola ci spiegherà tutto il processo di produzione delle perle e dove compreremo un’unica perla nera per Maria Grazia (le perle di qualità non sono affatto economiche, nemmeno qui). Il nostro ultimo bagno nel Pacifico della Polinesia Francese lo facciamo a est di Taha’a, appena a nord del motu Mahaea (16°38.455’ S 151°25.635’ W), dove non ci sono pesci, ma l’acqua ha un colore incredibile, perfetto per le ultime foto subacquee.

     

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