Grazie a supermarket di tipo europeo fare cambusa non è difficile. Cibo e
bevande per circa un mese di autonomia erano già stivate nei gavoni di Jancris.
Jancris in forma smagliante sembrava un cavallo di razza scalpitare sulla linea
di partenza prima del via. Il 5 gennaio 2000 era arrivato e, come da programma,
gli yacht partecipanti alla Millennium Odyssey erano pronti alla partenza
prevista per le ore 12.00. La bella baia di Nai Harn situata a sud di Phuket e
già sede di partenza della famosa regata asiatica King’s Cup, era invasa da
curiosi posizionati lungo la spiaggia, altre barche invece ci avrebbero
accompagnati per alcune miglia dopo la partenza.
Il monsone non aveva deluso le nostre aspettative e soffiava con regolarità
intorno ai 15 nodi. Il grande spi multicolore di Jancris di 220 mq era sul
ponte chiuso nel suo sacco già dalla notte precedente ed era il momento di
issarlo ormai. La scena coreografica che offriva la verde baia bagnata da
turchesi acque solcate da una sessantina di scafi bianchi, blu e rossi che
issavano spi dai mille colori o con giganteschi disegni, doveva essere
fantastica. Poche miglia dopo il via eravamo ancora tutti raggruppati nel
raggio di un miglio. Dopo la prima giornata di navigazione si erano formati due
gruppi di barche con due rotte diverse.
Finalmente partiti, lasciamo così l’ancoraggio scomodo e pericoloso davanti il
porto di Gallé nell’isola di Sri Lanka. Ci sarebbe piaciuto visitare meglio l’
interno della lussureggiante isola a ragione considerata la terra del paradiso
terrestre, ma non lasciare Jancris incustodito per lungo tempo sarebbe stata un’
imprudenza.
Appena fuori della grande baia che ospita il porto, le condizioni del vento e
del mare non cambiano rispetto all’ancoraggio in cui eravamo da ben una
settimana, anzi, la barca con le vele aperte era più in armonia con gli
elementi mare e vento e quindi la vita a bordo era più confortevole di quando
si era fermi all’àncora.
Il generoso monsone di nord est soffiava regolare a circa 15 nodi e Jancris con
tutte le bianche vele issate volava leggera sull’acqua senza incontrare
resistenza, sembrava anzi che il mare stesso ci spingesse per farci giungere
quanto prima nel regno degli atolli e delle acque turchesi, le Maldive. Quella
è stata la navigazione più piacevole e confortevole di tutto il giro del mondo.
Durante le cinquecento miglia di navigazione non abbiamo più avuto bisogno di
toccare le vele, lascavamo o cazzavamo le scotte di qualche centimetro ogni
mezza giornata di navigazione solo per evitare che le forze in gioco
lavorassero sempre sullo stesso punto. La barca era stabile e veloce, tenevamo
una media di duecento miglia nelle ventiquattro ore grazie a circa 190 metri
quadrati di dacron ben regolati.
Malé, la capitale delle Maldive e porto d’entrata, appare all’orizzonte dopo
solamente due giorni e mezzo di questa navigazione. In effetti, all’orizzonte i
primi ad essere visti sono i palazzi più alti dell’isola, poiché gli atolli
delle Maldive si alzano pochi centimetri dal livello del mare e non vi è l’
ombra di una collina o montagna. Le palme sono i punti cospicui per individuare
all’orizzonte un atollo, però a Malé si trovano palazzi in muratura alti
diversi piani, di conseguenza, scrutando la linea indefinibile che separa il
blu dell’oceano dall’azzurro del cielo, abbiamo avvistato per primi un paio di
torri di cemento, anonimi guardiani dell’atollo-capitale. Una volta sbrigate le
tediose formalità d’entrata che ci hanno fatto perdere un’intera giornata,
abbiamo salpato l’àncora per perderci per tre settimane tra gli incantevoli
atolli di questo arcipelago.
In verità non era possibile gironzolare liberamente tra gli atolli, avevamo un
permesso per visitare solo una minima parte di questi, però per il tempo che
avevamo a disposizione erano anche troppi. Impossibile descrivere le
straordinarie e uniche bellezze di questa zona, i colori incredibili delle
acque delle lagune e dei pesci che le popolano. Il cielo “vivo” del mare aperto
che tanto colpisce chi naviga in Pacifico tra gli atolli delle Tuamotu lo si
ritrova anche alle Maldive.
I testi che avevamo consultato durante la pianificazione di questa ultima lunga
tappa indicano come periodo migliore per compiere questa traversata i mesi
compresi tra dicembre e febbraio, quando il monsone di nord est è all’apice.
Dopo la metà del mese di marzo, invece, i venti sono meno costanti e le bonacce
possono essere più frequenti. Se dovete prevedere questa traversata nel mese di
marzo, i testi consigliano di tenere una rotta che passi a sud dell’isola di
Socotra dove può capitare di trovare vento da sud ovest. Il rischio di
incappare in tempeste tropicali è tra maggio e giugno e tra ottobre e novembre.
Nel nostro caso, sebbene la partenza fosse programmata per il 17 di febbraio
2000, non avevamo scelta sulla rotta da tenere. Dovevamo infatti tenerci molto
alla larga dall’isola di Socotra a causa dei numerosi atti di pirateria
accaduti in quel periodo in quella zona.
L’ultimo attacco ad uno yacht finito tragicamente con l’uccisione della coppia
che si trovava a bordo, era avvenuto solo due giorni prima della nostra
partenza. La Marina francese era informata della nostra rotta e dei nostri
tempi, per cui ci aveva dato un way point dove incontrarci con una loro fregata
prima di entrare nella zona a rischio. Questo way point si trovava a duecento
miglia nord est di Socotra e da lì fino a Gibuti saremmo stati monitorati dalla
marina francese.
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