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Il giro del mondo in 15 tappe

Al di fuori della zona del mercato, la città di Gibuti è fatiscente, sporca ed anonima; con gli ex palazzi coloniali in completo abbandono, e i nuovi parallelepipedi di cemento tristi e decadenti. Per la piccola comunità di stranieri che ancora vive in città e per i ricchi locali, si trovano un paio di grandi e fornitissimi supermercati che vendono prodotti alimentari europei dai prezzi folli.. Era dall’Australia e Singapore che non trovavamo un tale ben di Dio. Svena...

Il giro del mondo in 15 tappe
Al di fuori della zona del mercato, la città di Gibuti è fatiscente, sporca ed anonima; con gli ex palazzi coloniali in completo abbandono, e i nuovi parallelepipedi di cemento tristi e decadenti. Per la piccola comunità di stranieri che ancora vive in città e per i ricchi locali, si trovano un paio di grandi e fornitissimi supermercati che vendono prodotti alimentari europei dai prezzi folli.. Era dall’Australia e Singapore che non trovavamo un tale ben di Dio. Svenandoci abbiamo rimpinguato la cambusa di tutto in previsione della navigazione di oltre millecento miglia che ci attendeva. Non una traversata vera e propria, avremmo infatti costeggiato la costa africana, ma un tratto costiero dove a terra c’è solo sabbia e rocce, abitata solo da aquile di mare, cammelli e qualche rara tribù beduina. Una delle coste più desertiche del modo in un mare tra i più belli e ricchi. Il mar Rosso Ci attendeva e noi sapevamo che sarebbe stata dura risalirlo, le sue onde alte e ripide sono veri e propri muri d’acqua contro cui si schianta la prua della barca che si ferma, per poi ripartire. Il vento forte e la corrente contraria completano il disagio della navigazione. Sfortunatamente disponevamo di meno di un mese per navigare da sud a nord, fino a Suez. Non avevamo quindi la possibilità di restare fermi in qualche ancoraggio protetto ad aspettare il momento più favorevole per salpare. Si doveva navigare cercando di mantenere una media giornaliera di almeno cinquanta miglia sull’obiettivo. I testi che avevo consultato prima della partenza, tendevano a mettere su due piani le difficoltà che avremmo incontrato. Il primo problema indicato era l’ aspetto meteorologico, il secondo era politico dell’area, e assolutamente da non sottovalutare. Siamo arrivati alla conclusione del nostro giro del mondo con l’ultima tppa dopo un’avventura di otre 25.000 miglia durata due anni. Il clima caldo e secco di Suez aveva reso la spessa incrostazione di sale che ricopriva interamente la coperta di Jancris dura come la roccia. Suez-Creta Il clima caldo e secco di Suez aveva reso la spessa incrostazione di sale che ricopriva interamente la coperta di Jancris dura come la roccia. La risalita del mar Rosso da Port Sudan fino a Suez era stata veramente dura e constatare di avere solamente il problema del sale ed una vela rotta, alla fine, era consolante e confermava la buona strategia adottata per la navigazione. Nel fatiscente pontile di legno davanti al Suez Yacht Club avevamo lavato e rilavato più volte la coperta con l’acqua dolce, senza però riuscire ad eliminare completamente la presenza del sale. Le scotte del fiocco e le drizze erano dure e non c’era verso di ammorbidirle. La cittadina di Suez era brutta e poco interessante, tanto da non suscitare in noi alcuna voglia di visitarla. In caso di avarie al motore o piccoli inconvenienti meccanici, qui è possibile risolverli. Da evitare invece sono i presunti velai locali. Prendendo un taxi, dopo aver pattuito il prezzo, si può andare in città per rifornire la cambusa di freschi ed ottimi ortaggi, di pasta e formaggi locali, bevande analcoliche ed altre cibarie. Il 4 aprile 2000, come previsto, alle otto del mattino si avvicinò alla fiancata di Jancris la lancia dei piloti del canale dalla quale si sporgeva un uomo che doveva essere il nostro pilota. Pochi minuti dopo salpammo l’àncora per iniziare la lunga navigazione a motore che si sarebbe conclusa nel lago di Ismailia a metà strada del canale. Questa attraversata è completamente diversa rispetto al passaggio del canale di Panama. La natura è inesistente, solo sabbia e qualche residuato bellico arrugginito della guerra “dei sei giorni”. Nessun paragone con la lussureggiante foresta equatoriale di Panama. E poi, nessuna chiusa da passare, il passaggio di Suez è come una navigazione fluviale che per le imbarcazioni private a vela dura due giorni. Una differenza abissale anche nel comportamento tra i piloti egiziani e panamensi. I primi, dopo qualche ora iniziavano a sondare il terreno per vedere di spuntare una mancia e qualche pacchetto di sigarette o un altro tipo di regalo. Con davanti una navigazione di una cinquantina di miglia, iniziare a sentire le lamentele del nostro pilota solo dopo poco tempo, ci fece tornare alla mente i racconti degli amici circa la fastidiosa insistenza dei piloti egiziani riguardo il “bakshis” (la mancia). Era quasi buio quando giungemmo all’ormeggio nel lago di Ismailia. Il pilota scese a terra con un paio di pacchetti di sigarette ed una discreta mancia (che a lui non bastava) e rinnovammo l’ appuntamento per il mattino del giorno dopo quando, dopo un’altra quarantina di miglia di navigazione, saremmo giunti a Port Said, la porta del Mediterraneo. Anche il giorno successivo la navigazione fu monotona e priva di interesse. Giunti a Port Said, si affiancò una lancia dei piloti del canale per imbarcare il collega. Visto che le previsioni meteorologiche non erano avverse decidemmo di non effettuare alcuna sosta, issammo le vele ed iniziammo la navigazione di oltre cinquecento miglia verso l’isola di Creta. Il mare era agitato ed il suo colore era familiare. Era il nostro Mediterraneo. La navigazione di bolina era scomodissima a causa delle alte onde e del vento che soffiava a circa venti nodi. Ci alternavamo al timone ogni due ore, giorno e notte. Il terzo giorno, stanchi e sfiniti da quell’andatura troppo ballerina e dai turni, decidemmo di far portare Jancris dal pilota automatico durante sei ore notturne, dalle undici di sera alle cinque del mattino. Il nostro Robertson idraulico funzionava egregiamente anche se doveva combattere contro un mare veramente grosso. Tra Creta e l’isola di Casos il mare è sempre in burrasca ed il vento rinforza. Arrivare alla fine della tappa fu dura. Il Mediterraneo si dimostrava uno dei mari più imprevedibili e difficli da navigare. Con nostra sorpresa ci classificammo al terzo posto assoluto nella tappa da Port Said a Agios Nicolaos, nell’isola di Creta. Le autorità di Agios Nicolaos ci festeggiarono alla grande. Lì avevamo compiuto il nostro giro del mondo geografico. Eravamo infatti approdati nel medesimo marina che ci aveva visto nel 1998 dopo la prima tappa della Millennium Odyssey partita da Israele.

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