Al di fuori della zona del mercato, la città di Gibuti è fatiscente, sporca ed
anonima; con gli ex palazzi coloniali in completo abbandono, e i nuovi
parallelepipedi di cemento tristi e decadenti. Per la piccola comunità di
stranieri che ancora vive in città e per i ricchi locali, si trovano un paio di
grandi e fornitissimi supermercati che vendono prodotti alimentari europei dai
prezzi folli.. Era dall’Australia e Singapore che non trovavamo un tale ben di
Dio. Svenandoci abbiamo rimpinguato la cambusa di tutto in previsione della
navigazione di oltre millecento miglia che ci attendeva. Non una traversata
vera e propria, avremmo infatti costeggiato la costa africana, ma un tratto
costiero dove a terra c’è solo sabbia e rocce, abitata solo da aquile di mare,
cammelli e qualche rara tribù beduina. Una delle coste più desertiche del modo
in un mare tra i più belli e ricchi.
Il mar Rosso
Ci attendeva e noi sapevamo che sarebbe stata dura risalirlo, le sue onde alte
e ripide sono veri e propri muri d’acqua contro cui si schianta la prua della
barca che si ferma, per poi ripartire. Il vento forte e la corrente contraria
completano il disagio della navigazione. Sfortunatamente disponevamo di meno di
un mese per navigare da sud a nord, fino a Suez. Non avevamo quindi la
possibilità di restare fermi in qualche ancoraggio protetto ad aspettare il
momento più favorevole per salpare. Si doveva navigare cercando di mantenere
una media giornaliera di almeno cinquanta miglia sull’obiettivo.
I testi che avevo consultato prima della partenza, tendevano a mettere su due
piani le difficoltà che avremmo incontrato. Il primo problema indicato era l’
aspetto meteorologico, il secondo era politico dell’area, e assolutamente da
non sottovalutare.
Siamo arrivati alla conclusione del nostro giro del mondo con l’ultima tppa
dopo un’avventura di otre 25.000 miglia durata due anni.
Il clima caldo e secco di Suez aveva reso la spessa incrostazione di sale che
ricopriva interamente la coperta di Jancris dura come la roccia.
Suez-Creta
Il clima caldo e secco di Suez aveva reso la spessa incrostazione di sale che
ricopriva interamente la coperta di Jancris dura come la roccia. La risalita
del mar Rosso da Port Sudan fino a Suez era stata veramente dura e constatare
di avere solamente il problema del sale ed una vela rotta, alla fine, era
consolante e confermava la buona strategia adottata per la navigazione. Nel
fatiscente pontile di legno davanti al Suez Yacht Club avevamo lavato e
rilavato più volte la coperta con l’acqua dolce, senza però riuscire ad
eliminare completamente la presenza del sale. Le scotte del fiocco e le drizze
erano dure e non c’era verso di ammorbidirle.
La cittadina di Suez era brutta e poco interessante, tanto da non suscitare in
noi alcuna voglia di visitarla. In caso di avarie al motore o piccoli
inconvenienti meccanici, qui è possibile risolverli. Da evitare invece sono i
presunti velai locali. Prendendo un taxi, dopo aver pattuito il prezzo, si può
andare in città per rifornire la cambusa di freschi ed ottimi ortaggi, di pasta
e formaggi locali, bevande analcoliche ed altre cibarie.
Il 4 aprile 2000, come previsto, alle otto del mattino si avvicinò alla
fiancata di Jancris la lancia dei piloti del canale dalla quale si sporgeva un
uomo che doveva essere il nostro pilota. Pochi minuti dopo salpammo l’àncora
per iniziare la lunga navigazione a motore che si sarebbe conclusa nel lago di
Ismailia a metà strada del canale. Questa attraversata è completamente diversa
rispetto al passaggio del canale di Panama.
La natura è inesistente, solo sabbia e qualche residuato bellico arrugginito
della guerra “dei sei giorni”. Nessun paragone con la lussureggiante foresta
equatoriale di Panama. E poi, nessuna chiusa da passare, il passaggio di Suez è
come una navigazione fluviale che per le imbarcazioni private a vela dura due
giorni. Una differenza abissale anche nel comportamento tra i piloti egiziani e
panamensi. I primi, dopo qualche ora iniziavano a sondare il terreno per vedere
di spuntare una mancia e qualche pacchetto di sigarette o un altro tipo di
regalo.
Con davanti una navigazione di una cinquantina di miglia, iniziare a sentire le
lamentele del nostro pilota solo dopo poco tempo, ci fece tornare alla mente i
racconti degli amici circa la fastidiosa insistenza dei piloti egiziani
riguardo il “bakshis” (la mancia). Era quasi buio quando giungemmo all’ormeggio
nel lago di Ismailia. Il pilota scese a terra con un paio di pacchetti di
sigarette ed una discreta mancia (che a lui non bastava) e rinnovammo l’
appuntamento per il mattino del giorno dopo quando, dopo un’altra quarantina di
miglia di navigazione, saremmo giunti a Port Said, la porta del Mediterraneo.
Anche il giorno successivo la navigazione fu monotona e priva di interesse.
Giunti a Port Said, si affiancò una lancia dei piloti del canale per imbarcare
il collega. Visto che le previsioni meteorologiche non erano avverse decidemmo
di non effettuare alcuna sosta, issammo le vele ed iniziammo la navigazione di
oltre cinquecento miglia verso l’isola di Creta. Il mare era agitato ed il suo
colore era familiare. Era il nostro Mediterraneo. La navigazione di bolina era
scomodissima a causa delle alte onde e del vento che soffiava a circa venti
nodi. Ci alternavamo al timone ogni due ore, giorno e notte.
Il terzo giorno, stanchi e sfiniti da quell’andatura troppo ballerina e dai
turni, decidemmo di far portare Jancris dal pilota automatico durante sei ore
notturne, dalle undici di sera alle cinque del mattino. Il nostro Robertson
idraulico funzionava egregiamente anche se doveva combattere contro un mare
veramente grosso. Tra Creta e l’isola di Casos il mare è sempre in burrasca ed
il vento rinforza. Arrivare alla fine della tappa fu dura.
Il Mediterraneo si dimostrava uno dei mari più imprevedibili e difficli da
navigare. Con nostra sorpresa ci classificammo al terzo posto assoluto nella
tappa da Port Said a Agios Nicolaos, nell’isola di Creta. Le autorità di Agios
Nicolaos ci festeggiarono alla grande. Lì avevamo compiuto il nostro giro del
mondo geografico. Eravamo infatti approdati nel medesimo marina che ci aveva
visto nel 1998 dopo la prima tappa della Millennium Odyssey partita da Israele.
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