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Incidente a Team Vestas Wind, Maciel Cicchetti ci racconta in esclusiva l'impatto con gli scogli

23 dicembre 2014
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    Intervista esclusiva a Maciel Cicchetti, membro d'equipaggio del Vo65 danese Team Vestas Wind finito tra gli scogli di Cargados Carajos Shoals, un minuscolo arcipelago di sabbia e rocce a nord di Mauritius. Cicchetti ci racconta i primi terribili momenti e le procedure di sicurezza che hanno permesso di trarre tutti in salvo... di Lamberto Cesari

    Incidente a team vestas wind, maciel cicchetti ci racconta in esclusiva l'impatto con gli scogli

     

    Maciel Cicchetti, argentino di 45 anni che vive in Italia da dieci, è stato uno degli uomini chiave a bordo del Vo65 danese Team Vestas Wind dopo l’incaglio della barca a Cargados Carajos Shoals, un minuscolo arcipelago di sabbia e rocce a nord di Mauritius. Il team stava navigando nel mezzo dell´oceano Indiano durante la seconda tappa della Volvo Ocean Race, da Cape Town ad Abu Dhabi.

    Tutti i velisti di Team Vestas sono a casa per Natale, ma lo skipper Chris Nicholson e lo shore manager Neil Cox sono tornati qualche giorno fa sul reef con una squadra per recuperare il relitto, e l'operazione si è conclusa con successo poche ore prima di incontrare Maciel nel paese dove abita con la sua famiglia, sulle colline veronesi strette tra la Valdadige e il Lago di Garda.

     

    Cicho è un  fiume in piena, non fa in tempo a stringermi la mano e scambiare due parole sulla passione del figlio per il rugby che i ricordi di quei giorni surreali cominciano a scorrere come un fiume in piena.

    “Sul reef ho visto l´ancora piu grande della mia vita, di una barca che doveva essere veramente grossa. I locali ci hanno raccontato che loro non si ricordano a che barca appartenesse, ma doveva essere enorme. Sull´isoletta dove siamo arrivati il giorno dopo il naufragio vive un pescatore che ha 70 anni e da 60 vive lì: per lui quell´ancora c’è sempre stata. Ma oltre a quello ci sono altri relitti di barche naufragate durante gli anni. Anzi, oggi il nostro skipper ci ha mandato una mail dicendo che il peschereccio che ci ha soccorso, portandoci dal reef alle Mauritius è a sua volta finito su un reef ed è  affondato!”

     

    Non male come aneddoto, a quanto pare non è un posto sicuro nemmeno per i locali. Ci può raccontare la storia dall´inizio, come siete arrivati al naufragio?

    “Per me è importante sottolineare che è stato un errore nostro, lo abbiamo detto fin da subito. Come siamo arrivati a quell´errore, nel quale il navigatore Wouter ha una responsabilità maggiore, è qualcosa che è ancora difficile da capire. Un errore così semplice come non guardare la carta nautica è incredibile anche per me. Noi non vogliamo trovare scuse, perché non ci sono scuse. Questa è la realtà. L’errore maggiore è stato non guardare dove stavamo navigando. Capire come siamo arrivati a quell’errore è un’operazione che faremo ad Abu Dhabi. Anche l’organizzazione ha aperto un´inchiesta, e sarà molto interessante perché è importante che questo non succeda un´altra volta.  

    Bisogna comunque dire che il giorno della partenza da Cape Town sono stati spostati i limiti dove noi potevamo navigare: prima il reef era dentro la zona esclusa, poi si è delineato lo scenario del ciclone  e l´unico modo di far navigare la flotta in un'area al sicuro dal ciclone è stato spostare questo limite piu ad ovest, includendo quindi il reef nella zona navigabile. Ovviamente poi è stato un errore nostro non andare a controllare dove stavamo navigando. L'elettronica ha funzionato e le carte sono più che precise”.

     

    Era reale però il problema che a un certo zoom della carta il reef non fosse segnalato?

    “Al momento dell´impatto era il mio turno, e proprio quindici minuti prima avevamo parlato con lo skipper Chris Nicholson che era venuto in coperta a darci una mano a togliere una mano di terzaroli. Stavamo per svegliare il prossimo turno, perché mancavano 35 minuti al cambio e abbiamo seguito la procedura di parlare su quanto sarebbe successo nelle prossime ore. Tra le cose che ci siamo detti era che il fondale passava da 3000 metri a 40. Questo è quello che vedi nella carta se non usi lo zoom al massimo. Ovviamente poi quando zoommi di più vengono segnalate queste rocce. Per noi era chiaro il cambio di fondale ed eravamo pronti ad avere piu onde. Quando abbiamo visto la schiuma ci siamo preparati a una corrente nuova, e questa discussione l´abbiamo fatta nei secondi che si vedono sul video. Però nessuno di noi si sarebbe aspettato di trovare un reef!”

     

    È lei che urla “There´s a big rock here guys” (c’è una grande roccia qui ragazzi)

    “Io sono quello che parla, e non potevo credere ci fosse una roccia, non abbiamo toccato il fondo, c´era una roccia a 15 metri dalla barca...è stata una sorpresa enorme!  Bisogna pensare che in quel video è visibile grazie ai raggi infrarossi, ma noi non vedevamo nulla. In coperta non ci sono luci, quando ti abitui a navigare di notte danno solo fastidio. Non c´era nemmeno luna perché poco prima era passata una perturbazione”.

     

    Pensa che con la luna sareste riusciti a vedere il reef?

    “Quando abbiamo lasciato l´isola sul peschereccio che ci ha portati alle Mauritius, dopo un miglio e mezzo non si vedeva piu niente. Ed era giorno”.

     

    E la marea come era quando vi siete schiantati?

    “In quel momento era alta e c´erano le onde del ciclone. C'era quindi più marea rispetto a otto ore dopo, quando abbiamo lasciato la barca. Nelle foto la barca sembrava quasi parcheggiata perché sono state fatte con la marea bassa. E durante la notte la barca si è spostata tantissimo verso la costa, soprattutto dopo che abbiamo perso il bulbo tre o quattro ore dopo l´impatto”.

     

    Com´è avvenuto l´impatto?

    “Abbiamo toccato prima con le derive laterali, i daggerboard, poi si è appoggiato anche il bulbo, che essendo a lato della barca (n.d.r., la chiglia è basculante) ci ha fatti ruotare subito: siamo quindi passati da un traverso mure a sinistra a una posizione di bolina mure a dritta, puntando la prua verso l´unica via di uscita che avevamo: però a quel punto i timoni sono atterrati sul reef. Quando ho alzato la testa ho visto il daggerboard e i due timoni andare via. Lì abbiamo capito subito che la situazione era gravissima. A quel punto avevamo la chiglia sottovento e le vele la spingevano dentro il reef: una situazione da cui non potevamo uscire. Il primo nostro pensiero è stato usare il motore idraulico per far traslare la barca sulla chiglia basculante e portare la stessa chiglia sopravvento. A quel punto con le vele avremmo potuto cercare di sbandare la barca e andarcene. Però il vento veniva da destra e le onde battevano sulla fiancata sinistra, ogni volta che eravamo sul punto di riuscire a spostare la barca sulla canting keel un´onda ci ributtava sul lato. Il primo pensiero da regatante è minimizzare il danno e ripartire subito, ma due minuti dopo abbiamo capito che la nostra seconda tappa era andata e dopo altri 15 minuti abbiamo capito che la barca, molto probabilmente, sarebbe rimasta là”.

     

    In quei momenti in cui cercavate di spostare la barca sulla chiglia la poppa si era gia rotta?

    “No, all´inizio siamo rimasti sul bulbo e la barca era integra. Poi abbiamo perso il bulbo, la lama è rimasta quasi orizzontale ed è stato li che abbiamo iniziato ad andare indietro sul reef e a perdere la poppa. Questo è successo tre o quattro ore dopo l´impatto. La mattina dopo quando siamo tornati sulla barca ma il bulbo non l´abbiamo più trovato, questo rende l´idea di quanto la barca si sia spostata. E si che il bulbo è un signor siluro, grande e arancione, facile da vedere!”

     

    È stato ritrovato il giorno del recupero della barca?

    “No, probabilmente il bulbo è rimasto dove le onde vanno a frangere”.

     

    Quando tempo dopo l´impatto avete iniziato ad organizzarvi?

    “Pochissimo. Una volta che abbiamo capito di non riuscire a spostare la barca abbiamo realizzato che la non sarebbe più venuta fuori. L´unico modo per uscire era con le vele, e non riuscendoci abbiamo capito che la notte sarebbe stata lunghissima, perché le onde passavano sopra il ponte di coperta, ed era difficilissimo stare in piedi. Abbiamo ammainato le vele  e ci siamo organizzati.

    Una volta  che abbiamo capito dove eravamo Wouter (n.d.r., il navigatore) è rimasto sottocoperta e ha tenuto le comunicazioni. Rob Salthouse e io, che eravamo i capiturno, ci siamo occupati di sistemare la barca. La prima cosa che abbiamo fatto è stato metterci le cerate di sopravvivenza, che sono praticamente sigillate e hanno un elevato galleggiamento e aiutano contro l´ipotermia, anche se lì l´acqua era a 28 gradi! Poi per sicurezza abbiamo indossato tutti salvagente, guanti, scarpe e poi abbiamo iniziato a lavorare”.

     

    Nei video abbiamo visto che vi contavate, ogni quanto ripetevate questa procedura?

    “Ogni 15 minuti. Per me è stata la prima esperienza in cui ho dovuto contare la gente e devo dire che è stata un’operazione utile anche per sentire la voce di tutti ed avere il feeling dell´equipaggio. Noi in barca abbiamo tre under 30 e Brian Carlin (n.d.r., il media man) che hanno meno esperienza di noi “over 40”. Ed era importante per capire come stavano reagendo”.

     

    E come hanno reagito?

    “Molto bene, sono rimasto impressionato. Hanno preso l´iniziativa per lavorare, mantenendo un atteggiamento positivo. Ci sono stati due ragazzi under 30 che sono stati otto ore a chiamare le onde, operazione importante perché stavamo lavorando e arrivavano onde molto potenti. Non è stato facile per loro, ti faccio l´esempio di Peter Wibroe che era a prua a chiamarle: ogni 15 minuti noi facevamo un punto della situazione e lui era l´unico che non ci sentiva e non ha mai lasciato il suo posto per venire a sentire cosa ci dicevamo. Poi uno di noi andava da lui e riferiva, ma Peter non ha mai lasciato il suo posto, ed è stato importantissimo che portasse avanti la sua responsabilità Salthouse invece, che è un esperto costruttore di barche, ogni 15 minuti ci aggiornava sulla situazione dello scafo “la poppa sta collassando”, “la paratia centrale ancora bene”…insieme allo skipper giravano per la barca monitorando la struttura”.

     

    Lei che ruolo hai avuto?

    “Tom Johnson e io eravamo quelli che dovevamo sempre sapere da dove saremmo scesi, perché la barca continuava a muoversi.  All´inizio la via d´uscita non c´era, sarebbe stato impossibile scendere dalla barca. C´era uno spazio di mare tra noi e il reef molto difficile da gestire.

     

    Era pericoloso? C´era anche il rischio di squali?

    “Sì, era molto pericoloso per le rocce, ma agli squali non pensavamo in quel momento. I giorni dopo che abbiamo lavorato sul reef e ci siamo tagliati gli squali c´erano davvero! Ne abbiamo visti anche 30/40 squali con la luce del giorno”.

     

    E la gestione delle zattere di salvataggio?

    “Questo era parte del mio ruolo. La preoccupazione più grande era capire come potevamo superare il reef. Perché poi vedevamo che 50 metri dopo c´era la laguna, nella quale saremmo stati al sicuro. Quando abbiamo capito che prima o poi avremmo dovuto lasciare la barca abbiamo fatto delle prove, lanciando prima un Jon Buoy (n.d.r., dispositivo di sicurezza) per vedere come passava il reef ed è passato abbastanza bene”.

     

    Quindi voi vedevate le onde che frangevano sul reef ma il buio non vi permettevano di capire come fossero fatti gli scogli?

    “Esatto. Abbiamo anche tirato un razzo per fare luce e abbiamo capito che la situazione era davvero brutta, ma poi si vedeva la laguna, una specie di piscina. Quindi dopo il Jon Buoy abbiamo tirato la prima zattera per vedere se quella passava il reef. La zattera si è gonfiata e dopo 4/5 onde ha passato le rocce e si è posizionata nella laguna. Per non farla scappare l´abbiamo legata con una scotta gennaker molto lunga. Tra l´altro capivamo che la laguna era poco profonda perché certe volte la zattera toccava il fondo. Poi quella cima sarebbe stata la nostra guida per arrivare alla zattera, con tutti i problemi del caso perché si incastrava nella roccia, e abbiamo dovuto mettere dei salvagente per farla galleggiare. La seconda zattera volevamo tenerla in barca, era pericoloso rimanere senza almeno una zattera. Nell´ultima ora però la poppa ha iniziato a cedere e abbiamo avuto paura di perderla. L´abbiamo  lanciata in acqua ed è andata al di là del reef anche quella, ma l´abbiamo lasciata chiusa per non rischiare che si bucasse.

    A quel punto abbiamo perso il bulbo e la barca si è sbandata tantissimo e sono sorti due timori: uno era che la barca si mettesse di traverso alle onde e l´altro che la poppa collassasse, e con lei gli attacchi delle volanti minando quindi la stabilità dell´albero. Abbiamo spostato le volanti in avanti, e l´operazione, tutt´altro che semplice, è durata più di un´ora perché con quelle onde era difficile tenersi. Il timore che cascasse l´albero in coperta era forte in quel momento. La barca stava andando sempre più indietro e la marea scendeva, con la poppa che pian piano se ne stava andando distruggendosi sul reef. Dopo un po’ di ore era chiaro che non saremmo potuti rimanere a lungo in barca.

    Noi a quel punto eravamo seduti nel pozzetto più avanti possibile. Io ero il più dietro di tutti con il piede sul piedistallo centrale che si muoveva, per darti un´idea dell´instabilita della poppa. A un certo punto sono arrivate delle onde grosse, la barca è andata indietro di 5/10 metri e la poppa è atterrata sulla roccia. A quel punto ci siamo guardati con lo skipper e i ragazzi e abbiamo capito che quello era il momento di scendere. Avevamo tutti le nostre grab bag, a parte il primo e l´ultimo per essere piu agili, e già da una mezz´ora stavamo cronometrando per capire il momento migliore di scendere dalla barca.

    La procedura per scendere prevedeva un uomo a prua per chiamare, ed era lo skipper perché sarebbe stato l´ultimo a scendere, e un secondo chiamava il momento migliore per salire sulle rocce. Eravamo molto preparati, per quello dal momento in cui Nico ha detto “lasciamo la barca” a quando eravamo tutti a terra sono passati solo 20 minuti, un tempo brevissimo. Il primo a saltare è stato Tom, un under 30 che ha detto “Io me la sento a saltare, ho fatto tanto surf e so gestire il reef”. È stato molto bravo, dopo essere saltato era ancora sulle onde che frangevano, quindi è andato più avanti e ha liberato la cima. Il processo era saltare e poi andare più velocemente possibile verso la laguna. Il secondo è stato Salty, che oltre ad essere l´altro capoturno era il secondo di comando in barca, era importante a quel punto avere subito un responsabile sulla zattera. Lui ha impiegato un paio di minuti minuti per capire che fosse tutto ok e a quel momento siamo partiti, con lo skipper a prua a chiamare le onde eTony Rae che chiamava il momento per saltare sulle rocce.

    Noi in barca abbiamo un numero, e l´1 è il più vecchio, e per scendere abbiamo tenuto l´ordine dai piu giovani al più vecchio escluso  Chris Nicholson che è stato l´ultimo. Quando siamo arrivati tutti sulla zattera abbiamo tirato un sospiro di sollievo: la parte più rischiosa, quella di passare il reef, era alle spalle”.

     

    Il supporto di Alvimedica è stato importante?

    “Si, soprattutto sapere che ci fosse qualcun altro vicino. Il primo a rispondere alla nostra chiamata di emergenza è stato un peschereccio che un´ora dopo era lì e noi abbiamo visto la sua luce a 3-4 miglia. Dopo è arrivato Team Alvimedica e oltre a vedere la luce ci ha dato una grande mano a capire cosa avremmo trovato sul reef. La laguna, la morfologia della costa, il meteo delle ore successive. Noi dopo due ore avevamo perso tutta l´energia, avevamo solo un Vhf e il telefono satellitare, e la Gopro di Brian! Per la pericolosità della situazione, quando eravamo ancora seduti nel pozzetto ogni due minuti vedevamo pezzi nostri andare via dalla falla a poppa. Brian ha perfino visto andare la sua valigia con tutte le telecamere”.

     

    Però ha salvato tutti i video per fortuna!

    “E’ stato molto bravo perche non ha smesso mai di fare il suo lavoro ed è riuscito nei primi venti minuti a salvare tutto nel disco esterno!”

     

    Ritorniamo allo sbarco, una volta nella laguna siete arrivati alla zattera?

    “Siamo arrivati tutti a piedi e la prima cosa che abbiamo fatto è stato recuperare la seconda zattera e metterla nella prima. L´acqua arrivava alla cintura e la marea stava salendo. A quel punto abbiamo tentato di camminare verso Alvimedica, distante due miglia, e dopo 15-20 minuti ci ha chiamati la guardia costiera dicendo che era una zona piena di squali. A quel punto siamo tornati alla barca, ci siamo legati a una roccia e siamo saliti sulla zattera ad aspettare la luce del giorno. Poi dopo mezz´ora è arrivata la luce. A quel punto è arrivata  la guardia costiera con le due barche, avevamo superato la notte”.

     

    Voi eravate tranquilli? Avevate da mangiare e bere?

    “Si, noi eravamo tranquilli, in quelle otto ore a bordo avevamo bevuto e mangiato. Nelle due ore in cui c´era ancora energia a bordo abbiamo sempre avuto il desalinizzatore acceso per fare acqua dolce. Abbiamo bevuto molto e riempito tutti i contenitori di acqua, sapevamo che ci sarebbero stati 30 gradi il giorno dopo e non avevamo idea di quanto saremmo dovuti rimanere su quegli scogli prima di ricevere soccorsi. Abbiamo avuto il tempo anche di preparare due grab bag di cibo per il giorno dopo.

    Io credo che una lezione molto valida per tutti i velisti che si trovano in una emergenza del genere è quella di cercare di rimanere sulla barca il piu possibile. In fondo è il luogo più sicuro in cui stare finché la barca galleggia: questa è una regola d'oro”.

     

    A proposito di sicurezza, qual è la sua opinione sui corsi di preparazione che vi hanno fatto fare, in relazione a cosa è successo?

    “Senz´altro sono utili, e tutti quelli che vanno a fare offshore lo devono fare. Perché ti insegnano molte cose che anche se sono di senso comune diventano molto importanti in quei momenti. Dopodiché noi in questo incidente abbiamo utilizzato tantissimi di questi equipaggiamenti di emergenza e ci siamo fatti un´idea delle cose che si possono utilizzare meglio o in maniera diversa”.

     

    Per esempio?

    “Le grab bags,  queste sacche stagne dove c´è tutto l´occorrente al momento dell´abbandono della barca. Il problema è che hanno un´apertura molto piccola e per noi è stato molto difficile trovare quello di cui avevamo bisogno senza tirare fuori tutto il resto. In una situazione come quella le nostre borse personali con le zip sono state più utili, perche puoi vedere facilmente il contenuto e prendere ciò di cui hai bisogno. A chi mi dice che la Volvo è pericolosa rispondo che è molto più pericoloso andare a fare la Giraglia o la Middle Sea Race impreparati! Questi corsi li consiglio a tutti, di andarci come equipaggio a farli tutti insieme”.

     

    Ha mai avuto paura durante quei momenti?

    “Direi che ero preoccupato per il gruppo, che qualcuno cadesse in acqua. Di solito questa è sempre la mia preoccupazione da capoturno, quando uno dei ragazzi va a prua, ma dopo l´incidente eravamo tutti attaccati alle lifelines mentre lavoravamo. Si, ho avuto paura della situazione però la preoccupazione più grande è stata pensare alla famiglia. Abbiamo una procedura di emergenza in cui le famiglie vengono a sapere quanto accade dal team e non da internet, e nella prima mezz´ora una delle domande dello skipper è stata chiederci se fossimo d´accordo ad avvisare le famiglie. Lì ho avuto trenta secondi in cui ho pensato alla lunga notte che aspettava mia moglie e i miei figli. In Italia erano le cinque del pomeriggio”.

     

    Sua moglie aveva mai ricevuto telefonate del genere?

    “Si, non era la prima volta! Due edizioni fa della Volvo ero su Telefonica e ho avuto una lesione abbastanza grave alla schiena, e lei ha dovuto vivere questa situazione, ma è stata bravissima. La mattina dopo sono riuscito a chiamarla e stava andando a una partita di rugby con mio figlio, per cui nonostante tutta la preoccupazione del mondo, avendo dormito un´ora ed essersi sentita con tutte le altre mogli, ha cercato di proseguire una vita normale per non far preoccupare i bambini. Però loro sono stati 13/14 ore con questa angoscia di non riuscire a parlare con noi. Poi quando siamo arrivati sull´isola c´era il telefono satellitare e tutti noi abbiamo fatto una chiamata alle famiglie”.

     

    E i bambini come l´hanno presa?

    “Io ho tre figli, una di 14 anni, una di 12 e uno di 8. Per i più piccoli era un´altra avventura della Volvo, la grande invece ha capito la gravità...è stata una notte intensa! La cosa divertente è che due giorni dopo esserci sentiti mia moglie era molto più preoccupata per tutto quello che avevano letto e sentito su internet piu che per quello che io le avevo detto. C'è stata un po´ di disinformazione non da parte di Vestas, ma per il fatto che tutti possono dire quello che pensano, anche non sapendo ciò che è successo. In quei 2-3 giorni in cui eravamo isolati prima di arrivare alle Mauritius si sono create palle di neve molto facilmente!”

     

    Vestas come ha gestito tutto questo?

    “Devo dire che Volvo e il nostro management di Vestas hanno gestito la situazione famigliare in modo eccezionale, che non è facile in una situazione di crisi. Voglio citare Mirella Vitale di Vestas, il nostro manager, perché lei ha fatto un lavoro incredibile. Io ho avuto la fortuna di lavorare con tanti manager, ma lei è stata bravissima, soprattutto perché è alla prima esperienza di questo tipo. Ed è molto bello vedere una donna italiana affermata a livello internazionale fare un lavoro di questa qualità: quando noi siamo arrivati alle Mauritius lei era là e ha gestito una situazione difficile a livello di comunicazione. Io ora a Vestas voglio davvero dare qualcosa, se torniamo in regata voglio fare di tutto per fare felice questa azienda. Loro ci hanno dato la fiducia investendo per la prima volta nella vela, noi abbiamo fatto uno sbaglio, che nella vita può succedere, ma loro continuano a credere in noi e vogliono continuare investire su questo progetto: è una cosa importante per il nostro sport. Oltre alla voglia di tornare in regata come sportivo voglio fare qualcosa come professionista per fare contento lo sponsor, che è un grande valore per il nostro sport”.

     

    Questo sembrano averlo capito tutti, anche gli altri team

    “Guarda è molto bello, ci sono Team che ci hanno offerto le barche per andare a fare le regate Pro-Am ad Abu Dhabi (n.d.r., regate di prova per sponsor e giornalisti), tutti vogliono riavere Vestas dentro la Volvo Ocean Race. Se riusciremo a tornare in regata si tratterà delle ultime tappe e faremo un bel casino in classifica perché andremmo a scombinare tutti gli equilibri nelle posizioni...quindi l´unica soluzione sarà vincerle tutte! Ma è bello vedere il supporto degli altri Team e dei cantieri per vederci tornare”.

     

    Quali sono gli scenari?

    “Ora non sono informato perché tutto cambia di giorno in giorno, e ci scontriamo con problemi come la mancanza di pelli di carbonio sul mercato, solo per dirne uno. Avendo recuperato la barca  sicuramente potremmo approfittare di molti pezzi, e la possibilità di costruirne una nuova è aumentata perché  probabilmente la coperta si può recuperare. Ovviamente più pezzi recuperiamo meno tempo ci mettiamo a tornare”.

     

    Avete una deadline di rientro per  Vestas oltre la quale non ne varrà la pena?

    “Per l´investimento di Vestas sarebbe importante essere presenti a Newport. Non so ancora se riusciremo a farcela ma nel giro di una settimana, dieci giorni lo scopriremo e verrà comunicato. Il Team ha sempre cercato di comunicare tutto nel modo più trasparente possibile. L’unica cosa che abbiamo dovuto rispettare sono stati i tempi legali con l´assicurazione, è importante che il pubblico lo capisca perché questo coinvolge aspetti come il recupero del relitto e la costruzione di una nuova barca”.

     

    Un´ultima domanda, lei lavora nella vela da molti anni, come vive il passaggio del velista professionista da  una figura “di nicchia” all´esposizione delle telecamere alla Volvo Ocean Race?

    “Come velista non mi piace, preferisco le telecamere lontane ma come professionista capisco che ce n´è bisogno. La vela è uno sport difficile da spiegare al pubblico e Volvo sta facendo un grande lavoro con i media. Sono 100% d´accordo che questa sia la strada da seguire. Io ho fatto la Volvo sei anni fa e allora la seguiva solo la mia famiglia ed i miei amici, ora mi fermano qui ad Affi (n.d.r., paese della provincia di Verona) dicendo “Ehi ma tu sei quello che fa la Volvo”.

     

    di Lamberto Cesari

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