La Storia di Vela e Motore

In questi primi anni le pagine della rivista parlano soprattutto di vela dal momento che i motoscafi sono ancora pochissimi. Quella vela vive due dimensioni parallele, che si riflettono fedelmente negli articoli del nostro mensile: c’è la vela nobile ed elitaria delle classi di Stazza Internazionale e quella più «popolare» delle piccole derive. I 6 e gli 8 metri S.I. formano un piccolo mondo chiuso su stesso che gravita sul mar Ligure con pochi rappresentanti nell’ Alt...

La Storia di Vela e Motore
In questi primi anni le pagine della rivista parlano soprattutto di vela dal momento che i motoscafi sono ancora pochissimi. Quella vela vive due dimensioni parallele, che si riflettono fedelmente negli articoli del nostro mensile: c’è la vela nobile ed elitaria delle classi di Stazza Internazionale e quella più «popolare» delle piccole derive. I 6 e gli 8 metri S.I. formano un piccolo mondo chiuso su stesso che gravita sul mar Ligure con pochi rappresentanti nell’ Alto Adriatico e nel Golfo di Napoli: le competizioni più importanti infatti si svolgono a Genova oppure a San Remo o al massimo nel Tigullio. Ancora nel 1936 sono registrati in Italia diciotto 8 metri S.I., di cui solo quattro o cinque attivi sui campi di regata internazionale, e cinquantasei 6 metri S.I. e ci sono regate con appena tre o quattro barche. In compenso si tratta di regate spettacolari, perché i percorsi sono sempre brevi e sotto costa in modo che il pubblico possa seguire dalla riva i momenti della gara. Gli 8 m S.I. disputano la Coppa d’Italia (trofeo istituito nel 1903 da Vittorio Emanuele III) su un percorso di appena quattro miglia che va ripetuto quattro volte. Lo spirito agonistico e l’aggiornamento dei materiali è comunque piuttosto spinto, perché si riconosce che una barca vecchia di tre anni non ha nessuna possibilità di vincere contro le nuove. Tuttavia a fianco della vela «nobile» esiste anche la vela «popolare» (nel senso migliore del termine) e La vela e il motore non la dimentica certo, cercando anzi sempre di spingere verso la diffusione della passione per il mare: per esempio nel 1927 appaiono i piani del monotipo Cusio, una piccola deriva a vela di 4 metri fuori tutto e 8,66 m2 di superficie velica, sorprendentemente moderna nelle sue forme piatte e a spigolo. A Milano nel 1929 nasce La Motonautica, che si dedica con maggiore attenzione al mondo del motore. L’editore, Gino Magnani, e la coppia Strena-Pangrazi, i due factotum della rivista triestina, riescono ad accordarsi nel 1930 per una fusione delle due testate: nasce così Vela e Motore – Motonautica, pubblicata da «L’Editrice» di Milano. Negli anni Trenta la motonautica è seguitissima e suscita un grande interesse di pubblico rispetto alla vela, sia per l’appoggio dei reali, sia perché il governo ritiene la vela vicina al mondo anglosassone. Ma nonostante la passione e l’impatto che le imprese motoristiche, in tutti i campi, hanno sulla stampa e sull’opinione pubblica, i motoscafi sono ancora molto rari, nel 1936 ne sono registrati poco più di mille. L’Italia non è un paese industriale e se un abile artigiano, come Costaguta o Sangermani, può praticamente da solo costruire scafi stupendi per un pubblico ristrettissimo, non esistono aziende moderne in grado di produrre a bassi costi e su ampia scala i motori necessari. Oltre a questi limiti strutturali si aggiungono anche ostacoli che la rivista denuncia a più riprese: manca per esempio, come scrive Roberto degli Uberti, «una chiara, semplice e poco vessatoria legislazione che agevoli, invece di ostacolare, chi costruisce e vende questi natanti e chi per necessità o per diletto li possiede o vuole acquistarli». Siamo nel 1930 e certe frasi potrebbero essere trascritte tali e quali, se non adesso pochi anni fa. Un altro freno alla diffusione della motonautica è (udite, udite!) la pressione fiscale, e anche su questo punto Vela e Motore già da quegli anni si batteva contro l’interpretazione troppo cavillosa delle leggi esistenti. Un solo esempio, tratto dagli articoli di quegli anni: nel 1921 era stato emanato un decreto legge che metteva sullo stesso piano biciclette a motore e motori fuoribordo sotto i 6 cavalli, concedendo a entrambi di circolare senza immatricolazione né patente. Una specie di deregulation ante litteram, se non fosse che all’epoca “non si conoscevano in Italia che due o tre motorini esteri adattabili a biciclette e un solo fuoribordo americano” (come nota la nostra rivista). Poi cosa succede?

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