Alla fine degli anni Sessanta Vela e Motore, che nel frattempo è entrata far
parte del gruppo editoriale Edisport, si adegua ai cambiamenti in corso
effettuando un restyling la propria veste tipografica, più agile e moderna, ma
anche i contenuti, con l’introduzione delle prove tecniche delle imbarcazioni
(una delle sezioni più gradite al pubblico, che è continuata ininterrottamente
fino ad ora) e con una serie di nuovi servizi sulle regate veliche e
motonautiche. Gli anni Settanta sono gli anni della grande illusione, ovvero il
momento in cui si spera nel decollo definitivo, grazie alla vetroresina, di una
nautica matura diffusa presso il grande pubblico, capace di recuperare tutta la
positività della tradizione italiana e le risorse del territorio ma anche di
aprirsi alle novità della tecnologia che in quegli anni cominciano a imporsi. I
Saloni nautici dei primissimi anni Settanta sembrano confermare queste
speranze: in Italia vengono prodotte nel 1970 ben 34.000 imbarcazioni, che
salgono a 46.000 nel ‘71, a 49.000 nel ‘72, a 53.000 nel ‘73…
Sono anni di innovazioni e di sviluppo, sia tecnico che sportivo. Castoldi
presenta il suo primo idrogetto al Salone di Genova del 1970. Lo stesso anno i
crocieristi italiani possono finalmente contare sulla rete Vhf in mare. L’
elettronica irrompe sulla scena e impone una rivoluzione rapidissima, sia nella
strumentazione sia nella progettazione degli scafi. Sempre nel 1970 poi viene
introdotto il nuovo regolamento I.O.R. per i cabinati a vela, che costringe
progettisti e cantieri a battere nuove strade: nascono barche storiche come il
Guia di Falk o il Vilhuela di Carcano, mentre il Comet 910, l’Ecume de Mer, il
Brigand 7,50, il Tequila, lo Sciacchetrà sono quelle che si impongono di più
nelle classi minori. Si tenta anche la strada della costruzione in ferrocemento
per le barche grandi (i primi esperimenti riusciti sono proprio del 1970) e
dell’ABS per quelle piccole.
Ma anche tra le derive ci sono novità che cambieranno per sempre il volto della
vela: appare infatti il Laser, la barca più venduta nella storia, e il
windsurf. Tra i motoscafi arrivano molte barche destinate a diventare dei
classici e a restare nel tempo, come il 20 M di Baglietto, il 25 Sport
Fisherman della Riva, l’X 44 della Italcraft, ma si impongono anche le
pilotine, come la piccola Calafuria. Anche il settore dei gommoni conosce una
crescita prorompente. La motonautica da corsa colleziona in questi anni
strepitosi successi: nonostante che la vita del movimento sia travagliata da
questioni tecniche e di gestione, i nostri piloti si impongono nelle classiche
europee e nelle gare offshore, trovando solo gli americani a fermarli.
Ma tutto questo non dura. Ben presto emergono i limiti strutturali dello
sviluppo nautico nel nostro paese: il mercato si satura rapidamente, i cantieri
in Italia, troppo numerosi, producono barche troppo simili tra loro. Gli
italiani tendono, o meglio vogliono, ancora concepire la barca come un lusso e
si avvicinano ad essa quasi sempre per caso, i posti barca sono drammaticamente
pochi, i prezzi restano alti. Per la prima volta poi arrivano sul nostro
mercato i motori giapponesi, a costi molto concorrenziali, e l’industria del
settore entra in crisi. A tutto si aggiunge la crisi energetica mondiale
seguita alla guerra arabo israeliana del 1972. Perciò a partire dal 1974 il
mercato entra in rapida contrazione e solo nel corso di molti anni riesce
gradualmente a riprendersi. Gli anni Ottanta non sono cattivi, c’è un secondo
boom, una nuova voglia di barca quando si affacciano gli anni ottanta. Ma
ancora una volta sono le scelte del Governo a imporre un pedaggio molto caro
alle industrie. La nautica da diporto, da troppi anni vista come una delle
manifestazioni del lusso diventa una bandiera di quei molti Robin Hood che
vogliono togliere ai ricchi per dare ai poveri. La finanza inventa la parola
“redditometro” ed è la fine, basta farsi prestare la barca per un giorno per
finire “accertati” e capita anche agli istruttori delle più note scuole vela
essere considerati nababbi ed evasori. I ricchi continuano ad andare in barca,
gli altri devono smettere o letteralmente fuggire all’estero. Chi ha imposto le
tasse sa benissimo di aver fatto un disastro e di non incassare nulla, ma si
contenta della bella figura, si fa per dire, nei confronti dei ceti a cui ha
chiesto sacrifici in busta paga. L’industria si ribella e si arriva a una quasi
serrata al Salone di Genova. Sono anni tristi ed è storia recente, che molti
dei lettori hanno vissuto sulla loro pelle.
Adesso le cose vanno meglio, molto meglio, e andar per mare è tornata ad essere
un’attività lecita. Vela e Motore era sempre lì, più che testimone un
protagonista.