Verso Tangeri
Mancavano meno di cinque miglia alla méta quando iniziammo a vedere le acque
del mare ricoperte di sacchetti e bottiglie di plastica e altra sporcizia
galleggiante. In fondo alla grande baia, nascosta da una spessa nube color
caffelatte, doveva esserci il porto di Tangeri con la grande città che lo
abbracciava.
Il vento nel frattempo era diminuito mentre l’onda era rimasta, così, quando
iniziarono a sbattere le vele, accesi il motore e chiudemmo ordinatamente le
vele. A un paio di miglia dall’arrivo scorgemmo il grande frangiflutti di
cemento che proteggeva le acque interne del porto. Un enorme catamarano che
faceva la spola con Algeciras e Tarifa stava uscendo, indicandoci l’ingresso
del porto. Appena passammo l’imboccatura, l’onda sparì e diminuendo i giri del
motore, avanzammo lentamente. La massiccia diga era invasa da gente intenta a
pescare con la lenza che al nostro passaggio si sbracciò per salutarci.
Lasciammo il terminal dei traghetti sulla destra ed entrammo in un porto più
piccolo e trafficato di barche di pescatori locali. Superammo un altro basso
frangiflutti e proseguimmo adagio guardandoci intorno ansiosi di scorgere tra
tutte quelle imbarcazioni, qualche barca da diporto. Nicoletta, a prua, vide
per prima svettare alcuni alberi di barche a vela proprio davanti a noi.
Intanto l’andirivieni di piccoli pescherecci si era fatto più fitto e
congestionato. Il motivo di quella concentrazione di barche da pesca era dato
dalla presenza del porticciolo peschereccio proprio davanti ai due pontili
galleggianti del locale Yacht Club.
Affiancate ai pontili c’erano tre imbarcazioni a vela di una dozzina di metri
di lunghezza battenti bandiera francese. Un addetto dello Yacht Club corse
verso di noi appena ci vide e dopo averci salutato calorosamente, ci indicò di
ormeggiare a fianco a una barca a vela affiancata al corto pontile. Di
malavoglia seguii le indicazioni visto che non c’erano alternative, così
accostammo a un Oceanis 44. Dato che Jancris era decisamente più lunga della
barca alla quale eravamo appoggiati, le cime d’ormeggio di poppa e di prua
vennero fissate sul pontile, mentre uno spring centrale venne allacciato sull’
Oceanis.
Una volta controllati i parabordi e spento il motore, ci guardammo intorno. A
poppa avevamo chiuso la via a un altro piccolo veliero i cui occupanti ci
salutarono con un largo sorriso. A prua il porticciolo peschereccio era
occupato da ogni tipo di mezzo galleggiante pensabile. I colori dominanti delle
barche erano il verde scuro e il blu, gli scafi erano costruiti prevalentemente
di legno.
La concentrazione di barche era tale che non serviva fossero fissate a terra,
erano così strette tra loro da formare come una grande zattera. Sulla nostra
destra, oltre il pontile galleggiante riservato agli yacht in transito, c’erano
alcuni edifici in ristrutturazione. All’interno di uno di questi le autoritÃ
rilasciavano il visto d’ingresso e timbravano i passaporti. Con un cavo volante
ci si poteva allacciare all’energia elettrica e per qualche ora al giorno si
poteva utilizzare l’acqua dolce da una canna arrotolata sul pontile. Un odore
acre di fumo proveniva dalla città e mentre il sole si nascondeva dietro la
collina ad ovest.
In quel momento il richiamo del Muezzin si diffuse nell’aria coprendo il brusio
circostante.
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