03/12/2009
Navi e cinema, dal sogno all'incubo

Rex, Titanic, Andrea Doria, Poseidon, Normandie…Nomi che fanno parte delle
leggende affidate alla pellicola cinematografica. Con le loro storie di gloria,
fama, bellezza, record e tragici naufragi.
Forse Steven Spielberg, disegnando l’astronave di E.T. tratteneva ancora la
suggestione di quell’immagine epifanica, un miracolo di Federico Fellini, che
per il passaggio del Rex in Amarcord al largo delle coste romagnole, più che
alla sagoma del transatlantico italiano che deteneva il Nastro Azzurro, si
abbandonò al ricordo delle luci che correvano nella notte strisciando il cielo
dai ponti illuminati, mentre il tagliamare alzava le onde di una meraviglia da
Mille e una Notte.
Il Rex , la nave più veloce del mondo, inseguita dall’eco della sua sirena e dagli
occhi incantati dei riminesi di terra. “Quanto peserà?” si chiedeva la gente
scrutando il mare, assommando, in valutazioni inevitabilmente ondivaghe, il
Grand Hotel di Rimini al monumento con la vittoria alata. Già, un sogno, sull’
Adriatico di cellophan, sul transatlantico di cartone, a cavallo di spruzzi di
schiuma lanciati dagli idranti. Ma sogni oscuri non ce ne sono proprio, perché
sennò si chiamano incubi e il Rex non poteva apparire se non come mille comete
che sfrecciano lontano.
Nell’epoca dei telefoni bianchi, noblesse e ricca borghesia viaggiano in nave.
E in prima classe. Ne sa qualcosa il giornalaio Gianni (Vittorio De Sica) che
tenta il salto sociale ne “Il signor Max”, diretto da Camerini nel 1937 e
frequenta il bel mondo come sedicente Max Varaldo. Corteggiando la distaccata
Donna Paola (Rubi Dalma), sale nientemeno che sul transatlantico Conte di
Savoia, ormeggiato a Napoli. Lieto fine inevitabile: sboccia l’amore tra Mario
e Lauretta (Assia Noris), cameriera della gentildonna, che ama il giovanotto
per quello che è, un popolano ravveduto che ritorna alla semplicità della vita
di sempre. Un altro maestro del cinema italiano, Blasetti, gira sul Vulcania
nel 1939 “Retroscena” dove, non un fil di fumo, ma un filo di passione corre
tra un baritono e una giovane pianista.
A parlare di navi e cinema, a essere pignoli, bisognerebbe stilare un elenco
lungo così, iniziando con “Crossing the Atlantic” di Edison, saltellante
pellicola del 1903 e dunque lasciamo perdere. La nave, come tutte le emozioni
pure, rifugge la compagnia dei contabili e accetta solo quella dei
corteggiatori. Come una donna, come una diva, sa essere mondana come il
Manhattan dove Fred Astaire e Ginger Rogers ballano in “Shall we dance” al
ritmo di un brano di Gershwin, dorata e dolce come la Marilyn Monroe di “Gli
uomini preferiscono le bionde” che sale su un transatlantico a caccia di un
marito o “femme fatale” come Barbara Stanwick imbarcata sul Titanic o
addirittura fantasma e luogo di fantasmi, reinventando il gotico letterario
come nel recente “Ghost Ship”, che fa il verso alla tragedia dell’Andrea Doria
con un transatlantico, l’Antonia Graza, che riappare dal nulla dopo quarant’
anni con il suo carico di presenze aliene.
Quale miglior scenario mobile di un colosso che si muove, mutando panorami e
stati d’animo, determinando azioni e omissioni? Lo sa bene Alfred Hitchcock,
riduttivamente definito “il maestro del giallo”, che in “The Pleasure Garden”,
diretto nel 1925, inquadra nella sua prima sequenza un transatlantico che si
stacca dal molo di Genova per raggiungere le colonie inglesi portando con sé
Miles Mandet che si separa dalla moglie in lacrime senza un’emozione.
Nel 1928, in quello che lui stesso definì “il peggiore film che ho girato”,
intitolato “Champagne”, un vecchio transatlantico della Cunard fa da set all’
unica gag della sua lunga carriera: un passeggero ubriaco barcolla quando la
nave è ormeggiata e cammina perfettamente diritto quando il mare si fa grosso e
tutti gli altri passeggeri si reggono ai corrimano. L’oceano, scenario di sogni
perduti invece, in “Ricco e strano” del 1932: una giovane coppia eredita una
fortuna e inizia il giro del mondo a bordo di un “liner” della Cunard che sarà
teatro di un doppio tradimento.
Piacevano eccome le navi, al regista inglese, anche nel loro versante
drammatico, se non tragico: in “Lifeboat”, del 1943, racconta di naufraghi alla
deriva su una scialuppa dopo che il bastimento che li trasportava è stato
affondato da un u-boot (a destra alcune immagini). Con non poco humor, volendo
apparire come amava fare, pensò di farsi riprendere da morto annegato, a pancia
in su, tra le onde. “Dirottò” per un’immagine meno forte, immortalandosi sulle
pagine di una rivista che pubblicizzava una dieta. Ancora una nave, la più
bella di sempre, il Normandie, trattenuto nel porto di New York dopo l’
invasione della Polonia da parte dei nazisti: il transatlantico della Transat
giace riverso sul fianco sinistro, dopo un incendio dalle cause mai chiarite.
Riverniciato di grigio e ribattezzato Lafayette, avrebbe dovuto trasportare
truppe in Europa. Nel film “Sabotatori” sarà una corazzata americana minata, al
momento del varo, da infiltrati tedeschi.
Ancora navi, ma cargo, dietro i cristalli delle teche, in una delle prime
inquadrature di “Vertigo”: l’amico di Scottie (James Stewart), Gavin Elser, è
un armatore che mente all’ex poliziotto facendogli credere di avere una moglie
bellissima, ma instabile di mente, Madleine (Kim Novak), che in realtà è l’
amante con cui ha progettato l’omicidio della moglie. Ancora il Normandie, che
appare, in ripresa aerea, in “Quarto potere” di Orson Welles, simbolo dell’
inarrestabile avanzata dell’era tecnologica. A bordo della “nave di luce”, nel ’
37, Sacha Guitry diresse “Les perles de la couronne”, non in navigazione, ma
durante una lunga sosta in bacino a Le Havre. In mezzo all’oceano fu girato
“Les cinq sous de Lavarède” con Fernandel che interpretava un clandestino che
doveva girare il mondo con pochi spiccioli, cinque centesimi di franco,
appunto, soddisfacendo la clausola testamentaria di un eccentrico zio. Nel ’39
Yves Mirande vi ambientò “Paris-NewYork “durante la traversata dal 9 al 14
agosto. Un gran cast: Michel Simon, Eric Von Stroheim e Gaby Morlay, madrina
della nave durante il viaggio inaugurale. Un altro gioiello della Compagnie
Générale Transatlantique, l’Ile de France, diventa set ne “La crociera del
terrore” di Andrew L. Stone, in un mix di verità e finzione: diretto a Osaka,
dove sarà smantellato, ribattezzato Claridon, viene martoriato da esplosioni,
allagato, sfregiato. Il cinema è anche questo.
Un transatlantico come trappola mortale. Il Titanic, ovviamente, il colosso
della White Star Lines affondato durante il viaggio inaugurale, nel 1912, dopo
aver urtato un iceberg. Il tedesco Atlantik di Ewald Dupont, girato nel 1929, è
seguito nel 1943 della propaganda nazista che attribuisce l’affondamento a un
planetario complotto giudaico massonico.
Vincitore dell’Oscar della sfortuna, il Titanic vince quello dell’Academy per
la miglior sceneggiatura nel 1953, assegnato al film diretto da Negulesco con
Barbara Stanwick, seguito nel 1958 dall’eccellente “A night to remember” di Roy
Ward Baker, che ricostruisce gli interni utilizzando i progetti originali e
quanto rimane degli arredi del transatlantico gemello, l’Olympic,
soprannominato “the old reliable”, riciclati come boiserie di lusso in alberghi
e ristoranti. Il mito della nave inaffondabile finita in fondo all’Atlantico si
incornicia con gli 11 Oscar conquistati dal Titanic di James Cameron, che
costruisce un transatlantico nel deserto e allinea un cast di attori
somiglianti ai veri protagonisti della tragedia, dal comandante Smith alla
miliardaria Molly Brown. Rimando indiretto al Titanic , quello di Tornatore ne
“La leggenda del pianista sull’oceano”, dove il musicista passa tutta la vita a
bordo, senza mai scendere. La nave si chiama Virginian, assomiglia al Titanic,
ma ha i fumaioli del bastimento che scambiò i razzi di soccorso per fuochi d’
artificio e non soccorse i naufraghi. Tre pellicole su un unico tema, il
rovesciamento di una nave, il Poseidon.
Nel 1972 Ronald Neame chiama Ernst Borgnine, Shelley Winters e Hackman per il
suo “L’avventura del Poseidon”. Nel ’79, Michael Caine ne “L’inferno sommerso”
del 1979 scopre che all’interno della nave c’è ancora vita. Quest’anno, il
visionario Wolfgang Petersen, regista del magnifico U Boot 96, paga pegno agli
effetti speciali con un kolossal claustrofobico, ma efficace.
Il cinema, l’arma più forte, potrà fermare come testimonial pubblicitario il
declino dei transatlantici causato dallo strapotere commerciale degli aerei di
linea? Nel 1969 Alberto Sordi dirige sé stesso e Monica Vitti in “Amore mio
aiutami!”, girato sulla Raffaello che ospita anche il conte Giovanni Nuvoletti,
in “A bordo non s’invecchia”. Quattordici anni prima, la Cristoforo Colombo era
stata il set di “Viaggiare è bello, navigare è meraviglioso” di Harry Coleman.
Di tutt’altro avviso, “La nave dei folli” di Stanley Kramer (1965) che imbarca
su una nave tedesca in rotta verso il Sud America, un’umanità variegata,
ambientando il docu-drama nel 1933, anno dell’ascesa al potere di Hitler. Cast
stellare, da Vivien Leigh a Lee Marvin e George Segal. “La nave dei dannati” di
Rosemberg, narra un dramma realmente accaduto, l’esodo di 937 ebrei salpati nel
1939 da Amburgo sulla St. Louis per sfuggire ai nazisti (a sinistra). Cuba non
concede il nulla osta, gli Stati Uniti la allontanano con una nave da guerra. L’
esodo è biblico, come insegna la storia, sino all’approdo ad Anversa. Parata di
stelle, con la Dunaway, Von Sydow, Orson Welles, James Mason. E titoli di coda
avvertono che di quei 937 disperati, 600 moriranno durante il conflitto. Si sa,
dal sogno all’incubo, il passo è breve.