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Patagonia

Sono le sette del mattino e arrivo a Porto Madryn in una mattina di cielo azzurro e terso come spesso la primavera sa donare. In settembre, nell’emisfero australe è primavera. Da qui inizierà la mia visita alla penisola Valdes. Una visita che si trasformerà di giorno in giorno in scoperta vera. Dopo tre settimane trascorse nella Patagonia delle montagne, di sciate in compagnia di una dozzina di clienti, sono finalmente solo e Porto Madryn è la porta che mi accingo ad ...

Patagonia
Sono le sette del mattino e arrivo a Porto Madryn in una mattina di cielo azzurro e terso come spesso la primavera sa donare. In settembre, nell’emisfero australe è primavera. Da qui inizierà la mia visita alla penisola Valdes. Una visita che si trasformerà di giorno in giorno in scoperta vera. Dopo tre settimane trascorse nella Patagonia delle montagne, di sciate in compagnia di una dozzina di clienti, sono finalmente solo e Porto Madryn è la porta che mi accingo ad attraversare per entrare in contatto con la Patagonia del mare. Le strade sono deserte, l’aria frizzante e laggiù, in fondo alla strada che porta dalla stazione d’arrivo degli autobus verso il mare, l’oceano Atlantico. Azzurro, lievemente increspato da una brezza mattutina che mi convince ad alzare la lampo della giacca a vento. Devo trovare un noleggio auto ma è troppo presto e decido di far quattro passi sulla spiaggia. Spero di essere presto autonomo per correre a Porto yramides dove potrò vedere le balene franche australi. Lo sguardo corre dalla spiaggia ai pochi argentini che la percorrono indugiando non si capisce se alla fine di una lunga notte o in attesa del primo giorno di fine settimana. L’oceano è come sempre enorme. L’orizzonte è lontano e così immenso da dare la sensazione di vedere la rotondità del globo. Qualche naviglio alla fonda punteggia la rada... e le balene che balzano in aria per poi sollevare spruzzi giganteschi ricadendo in acqua. Credevo di dovermi recare in posti speciali per vederle e invece eccole qui: in porto. Un po’ come vederle giocare al largo di Savona, Marsiglia. Qualcosa non mi torna: forse pensavo di fare una specie di gita allo zoo, invece scoprirò che sarò io l’ animale nella gabbia e gli animali gli spettatori. La penisola Valdes ricorda le forme di una scure protesa a Est. Due grandi golfi, Golfo Nuevo a Nord e Golfo San Josè a Sud, creano un istmo non più largo di un chilometro al centro. Da lì in avanti la scure che con la sua lama tagliente affonda nell’Atlantico. Migliaia di chilometri di terreno piatto, percorso solo da strade sterrate, colonizzato qua e là da estancias (fattorie) che mai si vedono perché il territorio è così grande che lo sguardo non le può mai individuare. Qui c’è la più grande concentrazione di balene franche australi che si conosca, colonie di centinaia di pinguini di Magellano, foche e leoni marini e le splendide orche. Perché proprio qui e perché in così grande numero? Sicuramente verrò a conoscenza delle ragioni scientifiche ma alla fine del mio viaggio mi sembrerà di trovare un’altra spiegazione. Tutta mia ma un po’ più romantica, più umana. Finalmente parto, lascio Porto Madryn in direzione Porto Pyramides. Tutte le guide turistiche consigliano di recarvisi per vedere le balene. Inizio a rendermi conto che le strade sterrate richiedono attenzione anche perché lo sguardo continua a cercare punti di riferimento in un ambiente che non ne offre. L’Argentina e la Patagonia - attenzione a non confondere con Patagonia la Terra del Fuoco, che ne è semplicemente la parte più a sud - sono porzioni immense di territorio piatto, brullo perché spazzato costantemente dal vento patagonico. Davanti il tracciato rettilineo della strada e ovunque erba ancor giallastra per via dell’inverno che se ne va, immense ondulazioni interrotte ogni tanto da ciuffi di alberi cresciuti intorno a pompe eoliche installate per estrarre acqua. Il freddo del mattino è oramai un ricordo che rimane sulla pelle dopo tre settimane tra le nevi. Il clima marittimo, il sole che splende mi convincono sempre più che questa è un’Argentina diversa da quella a cui sono abituato. Arrivato a Puerto Pyramides cerco un alloggio e lo trovo presso una cabanas. Gli inglesi li chiamerebbero cottages, vi si può dormire a poco prezzo con garanzia di pulizia e ordine. A piedi vado al porto turistico. Voglio vedere le balene e la dabbenaggine turistica mi porta a prenotare una visita in barca. La procedura d’imbarco è curiosa. Date le forti maree e il fondale basso, i barconi vengono issati a riva su un carrello metallico dal lunghissimo timone collegato a un trattore. Una volta che si è a bordo il trattore, in retromarcia, spinge carrello e barcone in mare finché l’acqua sfiora il motore del trattore e la barca galleggia. Inizia la navigazione mentre il trattore trascina il carrello a riva. Una guida spiega come muoversi a bordo quando le balene saranno a dritta o a sinistra della barca. Mi sento alunno in gita scolastica ma l’innata allegria sudamericana dei passeggeri mi distrae e coinvolge. Ci spingiamo al largo di Golfo San Josè. Ancora una volta sono colpito dalle dimensioni dell’Argentina e della sua natura. Il golfo è così grande da non vederne le coste che lo delimitano e così elevato è il numero di balene che immediatamente incappiamo nelle prime. «A destra potete vedere la prima balena». Come soldatini ci giriamo e urletti di sorpresa percorrono lo scafo. Sarà più suggestivo vedere le balene dalla riva, da solo, quando scoprirò un’ansa solitaria dalla cui riva rocciosa potrò quasi toccare le balene con mano. «La settimana scorsa, gli scienziati hanno contato 450 balene solo qui nel Golfo di San Josè» recita la guida in spagnolo. «Un terzo sono femmine, un terzo balenotteri appena nati o di un anno e il resto maschi, femmine sterili o giovani». Quelle che gireranno intorno alla barca per più di un’ora lo faranno con confidenza, curiosità e massima indifferenza. Dopo un po’ è chiaro che sono qui per riprodursi ma anche per giocare con l’acqua, con i loro corpi, per godere della tranquillità di questo luogo dove sono protette. Sono belle quando nuotano, quando si girano sulla schiena sollevando le pinne in aria, mostrando il ventre lucido di una pellicola d’acqua. Sono inquietanti quando le si sente soffiare prima d’averle viste e anche un po’ paurose quando si avvicinano e mostrano la loro grandezza. Una nuotando sotto lo scafo lo urta e la guida fa notare che sono pure curiose. Vederle saltare fuori dall’acqua, immergersi sollevando la poderosa pinna caudale o più semplicemente nuotare è uno spettacolo di grazia pura. Il secondo giorno riparto per il periplo della Penisola. I soli punti noti della mia rotta sono Punta Delgadas a Sud, Caleta Valdes a est e Punta Norte a nord con ritorno a Porto Pyramides. Dopo poco tempo mi ritrovo perso negli spazi e nei tempi della Patagonia. Chilometri e chilometri di pampas, di strada che a volte sfiora la costa. Visito Punta Delgadas e rimango deluso. Nessuna balena, nessuna foca, solo un gruppetto di turisti. Risalgo in auto e riparto verso... il nulla e il tutto. Tutto sembra uguale ma tutto è diverso. Ci si deve perdere dentro per diventare veri viaggiatori e iniziare a scoprire. Me ne rendo conto quando decido che sto sbagliando e intravista una stretta traccia di pneumatici che deviano dalla strada principale decido di seguirla, perché portano verso l’oceano. La strada termina su un dirupo. Più sotto - meraviglia - un leone marino e il suo harem stanno sdraiati al sole. Scendo lungo un arroyo, il letto di un torrente asciutto, e arrivo alla spiaggia. La bassa marea mostra rugginosi avanzi di un lontano naufragio. Costole di roccia che sfuggono verso il mare e distesi sulla spiaggia, come bagnanti estivi, siluri di grasso. Direi che se la godono proprio. Qualcuno mi osserva ma la maggior parte continua a dormire. L’unico sospettoso è l’enorme leone marino capo branco. Con goffe ondulazioni del corpo si gira per osservare dove vado, quale femmina minaccio. Le foche, così come le balene e pure i pinguini, vengono a Valdes per riprodursi. Piccoli di foca, completamente neri di pelo, sono sdraiati a fianco delle rispettive madri. Qualcuno succhia latte, qualcuno osserva sospettoso un gruppo di gabbiani intenti a dividersi i resti di una placenta, testimoni di un recente parto. E’ sorprendente notare l’indifferenza di questi animali, così come le balene ieri e i pinguini i prossimi giorni, alla presenza dell’uomo. Da qui inizio sempre più a pensare di essere l’animale in gabbia. Sarà a Punta Tombo, la comunità più grande di pinguini di Magellano presenti in Sudamerica, che se sarò certo. I pinguini attraversano i sentieri per i turisti lungo i quali cammino e si fermano a pochi metri a osservarmi, ruotando il capo di un po’, in quell’ atteggiamento che sembra dire: “Bè, cosa ci fai qui? Che strano che sei!” Il leone marino si è sdraiato e ronfa sonoramente conscio che sono troppo lontano e forse troppo piccolo per essere una vera minaccia. Mi siedo sulla sabbia e rimango a osservare l’equilibrio di tutto ciò che mi circonda. Arrivo a Punta Norte e non ho la fortuna di vedere le orche che assalgono le foche spingendosi fino sulla spiaggia. E’ troppo presto nella stagione, ma resto saranno qui. Posso solo ricordare le foto vedute e immaginare questi splendidi e anche feroci animali azzannare piccoli e adulti di foca. E’ il ciclo naturale e lo ricorda la carcassa maleodorante di un enorme leone marino sulla spiaggia che ho visto poco fa. Oramai il mio viaggio è fatto di lunghi tratti verso la prossima mèta e di altrettanto lunghe deviazioni. E queste deviazioni che portano al mare sono le più interessanti. Prima una estancia abbandonata dal nome affascinante El Progreso. Quale innovazione, speranza avrà spinto il proprietario a battezzarla così e quali avvenimenti lo avranno spinto ad abbandonarla? Oggi rimangono solo le pale del mulino a girare, tutto il resto è ruggine e abbandono. Abbandonati sono pure una serie di autobus e roulottes portati fino in riva al mare, probabilmente da hippies chissà quanti anni fa, che trovo durante una diversione vicino a Porto Pyramides. A fianco avevano messo pure un improbabile telefono, sconnesso chiaramente ma chissà quante volte sarà stato motivo di sonore risate. Un altro pazzerello aveva recintato un ipotetico giardino con vertebre e costole di balena. Oggi sono disabitate o forse vengono occupate solo in “stagione”. Rimangono solo alcune famiglie di pescatori che mi osservano. «Ma cosa ci fai qui? Cosa cerchi? Qui o si lavora o si è uno di quei pazzi che hanno lasciato qui autobus e roulottes» e tornano alle loro faccende. Il pomeriggio avanza rapidamente e corro a vedere l’Isola de los Pajaros nel Golfo Nuovo. Mi interessa vedere dove Antoine de Saint-Exupèry colse l’idea del boa che ha ingurgitato l’elefante, di cui si legge nelle prime pagine del suo libro Il piccolo principe. Saint-Exupèry dal 1929 visse in Sudamerica e sorvolò la pampa argentina a bordo di uno dei suoi tanti aeroplani. Il sole è sempre più basso sull’orizzonte e accosto l’auto ai bordi della strada per osservare e fotografare il tramonto più grande che abbia visto. La mia visita alla Penisola Valdes termina tra mille pinguini a Punta Tombo. In spagnolo si dice pinguinera . Visti da vicino a terra sono comici con il loro caracollare. Il piumaggio è un finissimo merletto atto a proteggerli dal freddo delle acque dove nuoteranno. Sono qui per deporre le uova e covarle. Mentre da ottobre rimarranno sempre in mare. Sono di nuovo in autobus e torno a Bariloche, nella Patagonia delle montagne. Torno verso gli amici argentini dell’ostello dove ho trascorso le prime tre settimane. Sono saturo di sole, mare, chilometri in auto spesi a osservare l’orizzonte mi domando ancora perché questi animali abbiano scelto Valdes per riunirsi in così grande numero. Forse tutto questo è molto simile al viaggiare per la Patagonia. La si percorre soli, nell’immensità, godendo e temendo la sua uniformità e grandezza così come l’oceano deve essere per balene, foche e pinguini. Tutti a un certo punto si ha bisogno di riunirsi, quasi per ritrovare un sé stessi che si è perso lungo e durante il viaggio. Io ritorno verso gli amici argentini a cui dirò quanto è bella la loro Penisola Valdes. In barca in Patagonia Ecco alcuni operatori che hanno in catalogo interessanti viaggi in barca in Patagonia. Aventure Voyages, Vancouver, BC, Canada, tel. (1) 604 925 0816, www.aventurevoyages.com, info@aventurevoyages.com Equinoxe, Milano, tel. 02 29060242, Torino, tel. 011 8185211, equinoxe@equinoxe.it, www.equinoxe.it Feram Yachting, tutte le informazioni sul sito www.feramyachting.it, info@feramyachting.it Grand Nord Grand Large, Parigi, tel. 0140460514, mail: infos@gngl.com, www.gngl.com Tour 2000, tel. 071 2803752 Ancona, 011 5172748 Torino, mail ancona@tour2000.it, torino@tour2000.it, sito www.tour2000.it

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