
Il 3 marzo, al largo delle coste spagnole del Golfo del Leone, la nave da crociera Louis Majesty è stata investita da un’onda anomala alta 8 metri che ha spezzato la vetrata della sala riunioni di prua investendo i passeggeri che si trovavano in quel luogo. Il bilancio della tragedia è stato di 17 feriti e due morti (di cui uno italiano). Ricordiamo che le condizioni del mare erano cattive: era in corso una tempesta con raffiche di vento di oltre 50 nodi. Alcuni dati sulla nave: è lunga 207 metri, larga 27 e può trasportare fino a 1.400 passeggeri.
Il fenomeno
Fino a poco tempo fa l’onda anomala era ritenuta una fantasia da marinaio, ma recenti osservazioni e studi ancora in corso hanno dimostrato che il fenomeno esiste, è più frequente di quanto si possa pensare e soprattutto è una delle possibili cause di naufragio. Negli ultimi 20 anni sono affondati più di 200 navigli con lunghezza superiore a 200 metri, per questa ragione la UE dal dicembre 2000 sta finanziando il progetto Max Wave, che si avvale di due satelliti radar dell’ESA, per meglio mettere a fuoco il fenomeno, capire se è possibile prevederlo e trovare spunti per progettare imbarcazioni più sicure. Ad oggi siamo ancora lontani da una soluzione. Per azzardare una definizione partiamo dal termine inglese “rogue wave”, che significa solitaria ma anche canaglia, farabutto, è infatti sola e spesso è fatale.
La definizione
E’ un’onda che ha dimensioni superiori di molto, anche 3 volte, rispetto all’altezza significativa delle altre (che si riferisce già ad una media delle onde più alte, circa 1/3 del totale). Queste onde solitamente si formano in situazioni di burrasca già molto critiche.
Il consiglio dell’esperto
Il famoso velista Giovanni Soldini, che ne ha incontrate più di una, ci ha raccontato che «non c’è nulla da fare, è difficile prevederla. L’unica cosa è stare ben saldi alla barca e cercare di non farsi trascinare via. La differenza comunque la fa il tipo di barca su cui ci si trova, se è attrezzata e pensata per affrontare situazioni critiche ci sono più probabilità di salvarsi. Non mi stupisco infatti che queste navi da crociera con assurde elevazioni e fronti piatti verso il mare abbiano subito gravi danni. Se si guarda come è costruita una barca della Vendée Globe (o anche di altre regate oceaniche come la Volvo Ocean Race, ndr) ci si rende conto cosa significa progettare per fronteggiare situazioni difficili».
Anche Alberto Origone, compagno di Enrico Malingri in molte navigazioni oceaniche, sostiene che innanzitutto la barca deve essere adatta, a buoni conti sostiene che con un’onda anomala davvero enorme «se riesco a vederla arrivare mi chiudo dentro e inizio a pregare: in quelle condizioni stare fuori vuol dire farsi spazzare via, meglio mettere la barca in sicurezza per quanto si può e poi se anche si perde l’albero o si fa un 360° è comunque meglio che perdere la vita. Una volta passata la buriana si fa la conta dei danni ci si inventa qualcosa per mettersi in salvo».
Altri navigatori sostengono che, oltre ovviamente ad essere senza o quasi vele issate, cosa normale quando ci si trova in una burrasca, sia meglio affrontare l’onda di prua, per evitare che questa faccia prendere troppa velocità alla barca e quindi farla ingavonare con violenza. Soldini aggiunge che quando si è in condizioni limite, «magari con venti a 80 nodi, ammesso di riuscire a vederla, si può tentare di prenderla al giardinetto».
Matthias Negri