Richard Brisius CEO Volvo Ocean Race: ecco il futuro del giro del mondo

22 gennaio 2018
Richard Brisius CEO Volvo Ocean Race: ecco il futuro del giro del mondo
Largo ai giovani, equipaggi misti e il ritorno di un team italiano. Sono i punti cardine su cui si basa il futuro del giro del mondo per Richard Brisius, il nuovo Ceo della Volvo Ocean Race

Sette edizioni della Volvo Ocean Race e migliaia di miglia alle spalle. Un enorme bagaglio di esperienze che lo svedese Richard Brisius, scelto per sostituire il britannico Mark Turner, porterà con sé alla guida del giro del mondo. Il vice è il suo connazionale Johan Salén e negli ultimi 28 anni hanno lavorato insieme a ben sette campagne, iniziando come velisti nell’edizione 1989-90, prima di portare al successo i team EF Language (1997-98) e Ericsson 4 (2008-09) e al secondo posto Assa Abloy (2001-02) e Intrum Justitia (1993-94).
Più di recente i due hanno gestito l’equipaggio femminile Team SCA, nella scorsa edizione della regata. «È un onore essere coinvolto ancora con gli amici nella Volvo Ocean Race, è un evento importantissimo per lo sport della vela ed è stata una parte fondamentale della mia vita» ha detto Brisius.
Attualmente è anche CEO della società di proprietà del Comitato Olimpico Nazionale Svedese che corre per ospitare l’edizione 2026 dei giochi Olimpici e Paralimpici invernali a Stoccolma, ruolo che il manager continuerà a coprire.
Brisius ha iniziato la sua carriera di velista al giro del mondo a bordo di una barca con bandiera italiana, Gatorade di Giorgio Falck.

È soddisfatto di quanto i team hanno dimostrato in mare fino a oggi?
«Sì perché finora la regata è stata molto dura e competitiva. Quando parlo con gli equipaggi, tutti mi dicono che sono state tappe serrate. È una battaglia dura e forse noi, che guardiamo la cartografia elettronica da fuori non ci rendiamo conto di quanto sia dura la lotta. I velisti sono sempre sotto una pressione estrema. È bello e credo sia il vero spirito della Volvo Ocean Race. Rispetto all’ultima edizione la regata è ancora più tirata perché ci sono velisti di altissimo livello capaci di “tirare” al massimo le barche. Me ne sono reso conto a Melbourne, ho parlato con equipaggi che avevano già partecipato a quattro o cinque giri eppure mi dicevano che era stata la tappa più dura che avessero mai fatto. Nella terza il vento medio è stato il più forte che si sia mai registrato in una battaglia 24 ore su 24, sette giorni alla settimana. È stata una tappa più tosta di quanto mi aspettassi. Sono impressionato da tutti gli equipaggi, fanno un lavoro incredibile a bordo».

Uomini e donne insieme. Esperimento riuscito?
«Sono contento di questa scelta, perché per molti anni abbiamo avuto poche donne, ce n’erano molte nel ‘73 (anno della prima edizione, quando si chiamava Whitbread Round the World Race, n.d.r.) e poi si è andati avanti a piccoli step. Questa edizione è un passo avanti enorme: ci sono veliste in ognuno dei team. Pensiamo che questa sarà la prima edizione in cui ci sarà un overall winner con una donna a bordo. È un grande successo secondo me, sono molto soddisfatto. Per me personalmente, perché come sapete ho lavorato con un team tutto femminile nel 1997 con EF e poi con SCA tre anni fa e temevo che ci sarebbe stata un’edizione con poche donne. Spero sarà la via che si seguirà anche in futuro».

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Ogni 2 o 4 anni?

A proposito, in futuro il ciclo della VOR sarà di 2 o 4 anni?
«Ci sono due principi che vanno tenuti in considerazione per definire il ciclo e il primo è la nostra responsabilità nel mondo della vela in generale. È uno sport meraviglioso, ma è complicato e diversificato, con tante regate, tante classi. È un vantaggio, ma è importante che appuntamenti top come i Giochi Olimpici, la Coppa America e la Volvo Ocean Race lavorino insieme per andare nella giusta direzione. È difficile coordinare i vari eventi. Il secondo fattore è l’opportunità per i team e i velisti di fare anche altre attività fra un giro e l’altro. Questo è essenziale soprattutto per mantenere vivo il rapporto con gli sponsor. Nella nostra programmazione è rilevante capire cosa fare durante gli eventi, indipendentemente dal ciclo che si sceglie».

La formula one design, con le barche tutte uguali, è spesso discussa, anche in Coppa America. Qual è la sua opinione in merito?
«Il one-design è positivo per gli equipaggi, come sta avvenendo ora, perché tutti hanno la stessa barca e dunque le stesse opportunità di vincere. Non ci sono barche più veloci e si combatte sulla bravura, la preparazione, la messa a punto. Alla fine sono i più forti a fare il risultato migliore, come è giusto che sia nello sport».

L'one design serve davvero a ridurre i costi?
«Un po’, forse non tanto come si potrebbe pensare, ma esiste una riduzione dei budget».

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La VOR oggi e quella del passato

Lei ha partecipato a tante edizioni della VOR vivendo esperienze forti. Quali differenze vede con il passato?
«La regata non è cambiata molto, il concetto di base è sempre lo stesso: il giro del mondo che passa da tutti gli oceani. Il vento, le onde e le tempeste sono uguali, ma il livello si è alzato a ogni edizione successiva. I velisti sono migliori, i materiali più tirati, si tratta di uno sviluppo naturale dello sport. Nel 1973 la regata era una grande avventura, adesso lo è ancora soprattutto per coloro che la fanno per la prima volta. Pensiamo a campioni come Martine Grael o Peter Burling o l’italiana Francesca Clapcich, che hanno capito che anche offshore si può tirare come in una regata delle Olimpiadi, insieme ad altri bravi velisti si può vivere un’esperienza incredibile. L’idea, la felicità, la sfida sono le stesse. Soprattutto in tappe dure come quella nel Southern Ocean. È un’esperienza di vita che non è paragonabile a nulla, vera, vicina all’umanità e agli elementi naturali».

Le regate in-port le piacciono?
«Le in-port mi sembra funzionino bene e agli equipaggi piacciono abbastanza. Secondo me non c’è bisogno di usare una barca diversa, si tratta di pianificare bene il calendario, mettendo qualche giorno di distanza fra le in-port e le offshore. Servono a fare vedere che abbiamo atleti poliedrici. Penso sia un aspetto positivo che vada mantenuto, se il calendario lo permetterà».

Come sono cambiati i velisti di oggi?
«Trovo che, soprattutto i giovani, anche se hanno avuto grandi risultati, sono rimasti molto umili. Perché capiscono che la vita è dura, che non si vince sempre e bisogna essere resilienti e resistenti, avere la capacità di rialzarsi. In special modo nella Volvo Ocean Race. Succede spesso che una barca che sembrava persa può rientrare e giocarsela».

Come immagina la VOR in futuro?
«La regata ha la possibilità di continuare e di essere uno dei punti cardini nello sport della vela, per raggiungere un pubblico più ampio e continuare a essere uno dei tre eventi più importanti. Dobbiamo continuare a navigare in oceano e puntare sui giovani. È un evento che esercita lo stesso fascino anche sulle nuove generazioni. Credo sia un aspetto che non cambierà fra cinque, dieci o cinquant'anni. Il percorso non cambierà, resterà un giro intorno al mondo».

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La Volvo Ocean Race e i velisti solitari

Sembra che il Vendée Globe riesca ad attirare più team della VOR, è solo questione di budget o ci sono anche altre spiegazioni?
«Sono eventi diversi. Credo che il Vendée Globe sia una grande regata intorno al mondo in solitario. Ci sono velisti al top che vi prendono parte, molto allenati, ma anche quelli che vogliono realizzare un sogno e non hanno un grande budget. Mentre la Volvo Ocean Race attrae equipaggi più numerosi di soli velisti professionisti, e non ci sono così tanti team. Il successo del Vendée Globe dipende anche dal fatto che si sono mantenute sempre le stesse barche e quindi si possono trovarne di usate. La classe è fatta di armatori ed è molto forte. E poi in Francia c'è molta cultura della navigazione in solitario».

Perché pochi velisti della VOR fanno il Vendée e viceversa?
«Credo che lo scenario stia cambiando, ci sono molti velisti che hanno fatto regate in solitario, alcuni che le hanno fatte entrambe, tipo Samantha Davies. Importanti velisti hanno deciso di correre la Volvo, nella quarta tappa dall’Australia a Hong Kong: Cécile Laguette e Justine Mettraux, a bordo di AkzoNobel e Dongfeng, hanno fatto molta navigazione in solitario».

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Quando un team italiano?

Quante speranze abbiamo di vedere finalmente un team italiano e una tappa lungo le nostre coste?
«Non so cosa manchi all’Italia, di sicuro c’è una base molto solida, una grande vicinanza all’ambiente mare e una lunga storia. È un paese di tanti grandi, bravissimi velisti che hanno avuto tanto successo. Quindi c’è esperienza, ma forse manca un team vincente. Ci vuole un gruppo di lavoro che riesca a mettere insieme un team. Un mix di persone con capacità organizzative e bravi atleti. Di base ci vogliono professionisti che sappiano come creare un valore commerciale, di marketing. Questo è uno sport che garantisce ritorni eccellenti che vanno usati dai brand. La Volvo Ocean Race è un po’ come un diamante grezzo. La città di Genova, come sapete la amo molto, sarebbe una base ideale per un team tricolore. Sono felice di sapere che c’è la motivazione e le persone che vogliono lavorare in questo senso. Sono sicuro che è arrivato il momento di vedere la bandiera italiana a poppa di una barca della Volvo».

La sua edizione più bella come velista? E il ricordo più brutto?
«Quando abbiamo vinto con Ericsson 4 a San Pietroburgo, con Torben Grael come skipper. Anche perché è stato un progetto su due edizioni: nel 2005 abbiamo finito quinti, non abbiamo mai smesso di lavorare e nel 2009 abbiamo vinto. Il mio ricordo più bello come velista è mentre navigavo su Gatorade durante la seconda tappa, nell’Oceano meridionale. Siamo stati quasi tre settimane in mare e quando abbiamo visto i primi iceberg, tutti a bordo sono saliti in coperta e hanno cominciato a urlare “Iceberg, iceberg!” spaventati da questa immagine. Il più brutto è invece quando abbiamo rotto il timone su Brooskfield. Dopo cinque giorni, circa, con un timone di riserva e la vela di prua più piccola che avevamo, sarà stata cinque metri quadrati, stavamo andando a cinque nodi massimo verso Fremantle, in Australia. Ero al timone, guardavo la bussola e mi sono reso conto che la nostra rotta era verso l’Africa, non l’Australia perché il vento arrivava da Fremantle. Allora abbiamo virato e guardando di nuovo la bussola, l’angolo di virata era più o meno 150° e quindi sull’altro bordo si andava in Antartide… Però lo ricordo come un bel team, un buon gruppo di persone».

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