08 November 2007

La nave che visse due volte

“I hold that a man should strive to the uttermost for his life’s set prize” Robert Browing, parole scolpite sulla lapide di Shackleton Una storia da vertigine, quella della nave che visse due volte. Proprio come nel capolavoro di Hitchcock, Vertigo, dove Kim Novak interpreta le bellissime Madeleine e Judy, sirene seduttrici del poliziotto Scottie-James Stewart, quel solido veliero di quercia che aveva solcato i mari del nord sotto il nome di Patria, si reinvent...

Introduzione

“I hold that a man should strive to the uttermost for his life’s set prize” Robert Browing, parole scolpite sulla lapide di Shackleton Una storia da vertigine, quella della nave che visse due volte. Proprio come nel capolavoro di Hitchcock, Vertigo, dove Kim Novak interpreta le bellissime Madeleine e Judy, sirene seduttrici del poliziotto Scottie-James Stewart, quel solido veliero di quercia che aveva solcato i mari del nord sotto il nome di Patria, si reinventò come protagonista di due straordinarie esplorazioni in Antartide, la prima, tra il 1897 e il 1899 al comando del barone belga Adrien De Gerlache de Gomery e la seconda, tra il 1914 e il 1917 al comando dell’esploratore irlandese sir Ernest Shackleton. La principessa dei ghiacci cambiò nome una prima e una seconda volta, come una diva che collezionava amori e devozioni, ribattezzata dapprima Belgica e infine Endurance. Il suo diario di bordo conserva tra le pagine i primati della prima spedizione in Antartide di esclusivo carattere scientifico e il primo inverno trascorso nel sesto continente. Alla morsa dei ghiacci riuscì a sfuggire una prima volta tornando intatta il 5 novembre 1899 nel porto di Anversa da dove era partita il 16 agosto 1897. Il secondo abbraccio le fu fatale. Ma andiamo per ordine. Il barone Adrien De Gerlache de Gomery, nato nel 1866 ad Hasselt, in Belgio, emette il primo vagito in una camera affrescata del castello di famiglia, un maniero che ricorda quello descritto da Gautier nel Capitan Fracassa e illustrato da Gustave Doré. Nipote di un ministro, De Gerlache scopre nella biblioteca di famiglia numerosi tomi sulle esplorazioni polari. Ne resta affascinato al punto da abbandonare a diciassette anni l’Ecole Politecnique di Bruxelles per imbarcarsi come mozzo nella Marina di Sua Maestà. Una carriera fulminea, la sua: poco più che ventenne, è già luogotenente. Nel 1891 offre la sua collaborazione allo svedese Nordenskiold che prepara una missione in Antartico, ma non riceve risposta. Non si perde d’animo e inizia a pensare a una impresa che porti la bandiera belga a garrire sulle lande desolate dell’ Antartide. L’impresa si definisce nel 1894: stabilire le forme geografiche dell’estremità meridionale del continente sudamericano e della Terra di Graham, l’immensa punta di quella presupposta Antartide che si estende verso la Terra del Fuoco. De Gomery presenta il progetto all’Accademia delle Scienze di Bruxelles. Il budget è imponente: 800.000 franchi. In quegli anni, il Belgio è impegnato a consolidare la propria presenza in Congo e dedica scarsa attenzione alla proposta del nobile visionario, che apre una sottoscrizione nazionale raggranellando solo 7.000 franchi ma ottenendo un ben più pingue favore popolare, tanto che il Governo ne stanzia 100.000, il Parlamento 60.000, cui se ne aggiungono 133.000 raccolti grazie a parate militari, concerti, conferenze, ascensioni con palloni aerostatici.

15 mesi nell'Antartico

Belgica, 15 mesi nell’Antartico Accantonato il sogno troppo oneroso di costruire una nave ad hoc, Gomery ripiega sul Patria, un tre alberi norvegese costruito nel 1884 a Svelvig, presso Drammen, dal mastro carpentiere Christian Jacobsen, utilizzato come baleniera. Acquistato per 70.000 franchi, si rivelerà tutt’altro che una seconda scelta. Con un dislocamento di 244 tonnellate, una lunghezza fuori tutto di 30 metri e un baglio di 6,5, il Patria alloggia una caldaia ausiliaria da 35 cavalli e quattro scialuppe. La chiglia e la prua vengono rinforzate con lamine d’acciaio per resistere alla pressione dei ghiacci. Il 4 luglio 1896, la nave viene ribattezzata Belgica nel corso di una cerimonia cui partecipano i rappresentanti della casa reale, del governo, del Parlamento e dell’Accademia delle Scienze. Nei cantieri Christensens di Sandefjord si applica al contrabbordo una laminatura di legno e acciaio; dal corbame alla chiglia viene stesa una fodera in feltro ricoperta di legno per preservarla dall’attacco dei foraminiferi; lamine di piombo sono sovrapposte alla ruota di poppa. Tutta l’opera viva viene dipinta con una miscela ad alto contenuto di rame. Vengono ricavate due nuove cabine, una caldaia ad alta pressione, capace di 112 kW, prende il posto della vecchia. Il timone e l’asse dell’elica vengono riprogettati e realizzati con acciai ad alta percentuale di nichel, che garantisce una maggior resistenza alle fessurazioni da cavitazione. Le prove in mare confermano la bontà delle modifiche: la nave ha guadagnato in manovrabilità nonostante l’appesantimento della prua. Si rivelerà una magnifica compagna d’avventura anche nelle condizioni più difficili. De Gerlache trascorre l’inverno in Norvegia, allenandosi con gli sci da fondo, nella conduzione di slitte trainate da cani e testando sacchi a pelo, tende, lampade e strumenti di rilevazione. Seguendo le indicazioni dell’Accademia delle Scienze, stila la lista dell’equipaggio, che comprende scienziati di valore mondiale, quali il geologo polacco Henrsyk Arctowski, il fisico belga Emile Danco, il botanico e zoologo Emile Racovitza, il medico americano Frederic Cook. Primo ufficiale è il belga Georges Lecointe. Un giovane norvegese, Roald Amundsen, si offre per un imbarco gratuito: De Gerlache accoglierà a bordo con il grado di secondo ufficiale il ventiquattrenne esploratore che, dopo aver compiuto nel 1911 il Passaggio a Nord Ovest, determinando la posizione del polo magnetico boreale, conquisterà nello stesso anno il Polo Sud. La crew list allinea 19 uomini tra cui Louis Michotte, chef di uno dei più prestigiosi alberghi di Liegi, in cerca d’avventure. Dopo uno scalo a Frederikshaven dove vengono imbarcate le strumentazioni scientifiche e 40 tonnellate di viveri stivate in diecimila scatole di latta smaltata, la nave giunge ad Anversa il 5 luglio dove carica 160 tonnellate di carbone e si zavorra riempiendo d’acqua 12 cassoni.

La partenza

Il 16 agosto 1897, il Belgica salpa da Anversa. La nave è sovraccarica e il ponte sovrasta di soli 50 cm la superficie del mare. Dopo poche ore, un problema alle macchine costringe De Gerlache a una sosta a Ostenda, dove due uomini chiedono e ottengono di essere sbarcati. De Gerlache, riparate le macchine, torna ad Anversa, imbarca altri due uomini e salpa una seconda volta. E’ il 23 agosto. La navigazione in Atlantico è monotona e senza avvenimenti di rilievo, salvo i festeggiamenti di rito, il 6 ottobre, per il superamento dell’Equatore. Il tre alberi impiega due mesi per raggiungere Rio De Janeiro dove viene imbarcato il dottor Cook. Si riparte da Rio il 30 ottobre per fare poi scalo dall’11 al 14 novembre a Montevideo. Il primo dicembre, la nave getta l’àncora a Punta Arenas, dove quattro uomini vengono sbarcati per indisciplina. Dal 21 al 23 dicembre la nave è alla fonda a Ushuaia, poi punta su Lapataia, per rifornirsi di carbone messo a disposizione dal governo argentino. L’anno nuovo comincia nel modo peggiore: la nave s’incaglia su uno scoglio sommerso e rischia di affondare. Raggiunta la base di Hughes, De Gerlache individua un rilievo sul fondo oceanico che s’innalza verso Sud e, successivamente, calcola in oltre 4.000 metri la profondità oceanica. Il 20 gennaio 1898 il Belgica entra nelle acque dell’Antartico e quindi nella baia di Hughes; la notte australe è in agguato e la spedizione, a causa delle rilevazioni scientifiche, è in ritardo sulla tabella di marcia. Una tempesta sconquassa l’oceano e causa la morte per annegamento di un marinaio. Le isole Brabant, Liegi, Anversa e Wiencke vengono cartografate e così le isole di Rongé, del Cavaliere di Cuverville, la Baia Charlotte, il capo Reclus e il canale della Plata. L’8 febbraio, quando l’avventura pare volgere al termine, De Gerlache cerca il passaggio ad Est e si ritrova nella baia delle Fiandre dove rileva l’isola Moureau. Il 12 febbraio ha luogo il ventesimo e ultimo sbarco, dopo tre settimane trascorse nella baia di Hughes. Nonostante la stagione avanzata, De Gerlache tenta di proseguire a Sud e, in prossimità della zona dove Bellingshausen si era imbattuto in una banchisa insuperabile, trova un passaggio e prosegue in acque mai esplorate prima. Oltre la punta a Sud dell’ isola di Anversa, il Belgica riesce ad aprirsi un varco e supera, il 13 febbraio, il Circolo Polare Antartico, procedendo con la massima allerta.

L'Antartico

Il 23 febbraio raggiunge l’isola Alexandre, ultima terra davanti alla banchisa; davanti agli occhi di De Gerlache si estende l’infinito continente bianco con tutte le sue insidie. Le possibilità di manovra si riducono al minimo ora dopo ora, sinché le acque si chiudono intorno allo scafo. Il 28 febbraio, forzando le macchine, tenta di aprirsi un varco dopo aver infranto parte della superficie ghiacciata con picconi e pale. Inutilmente. Il sesto continente ha carpito il Belgica. Il punto nave, 71° 26’ S e 85° 44’ O, è un punto fisso sulla carta nautica. Il 2 marzo, il cerchio è chiuso, la trappola è scattata. Due settimane dopo, la notte polare cala definitivamente, la temperatura crolla, l’equipaggio sta per affrontare, primo nella storia delle esplorazioni, un invernaggio presso il Polo Sud. La nave si trasforma e diventa tana, rifugio, casa, chiesa. Le sue ordinate di quercia chiudono e riscaldano un piccolo mondo che deve mantenere i propri riti quotidiani per non perdersi nella notte antartica. De Gerlache si pone, da subito, il problema di come trascorrere quel tempo infinito che lo separa dalla buona stagione assegnando ai suoi uomini i compiti più diversi: sondaggi, rilievi topografici, raccolta di fauna da impagliare, analisi dell’acqua, rilevazioni del magnetismo e meteorologiche. Lo sci da fondo è lo sport “obbligatorio” imposto all’equipaggio che deve essere mantenuto in forma. Il peggio arriva a maggio, nel pieno della notte, quando il Belgica, insieme ai ghiacci che lo imprigionano, ha raggiunto la latitudine di 71° 36’. Si manifestano i primi sintomi di anemia polare; il dottor Cook prescrive all’equipaggio una dieta a base di carne di foca e di pinguino, ricca di proteine e vitamine. De Gerlache giudica il cibo immangiabile ma dà il buon esempio. Il perdurare della notte, induce alla depressione: De Gerlache organizza quelli che potrebbero essere definiti gli antenati dei giochi di ruolo e tornei di dama, di scacchi, letture commentate dei volumi conservati nella biblioteca di bordo. La frutta e la verdura in conserva non bastano a contrastare i primi cenni di scorbuto. Il fisico Emile Danco, amico d’infanzia di De Gerlache, muore tra le braccia del barone dopo un attacco cardiaco. Due marinai manifestano crescente disagio mentale e si isolano dalla vita sociale. La speranza rinasce il 12 gennaio 1899, quando il disgelo apre squarci sempre più ampi in prossimità della nave. L’equipaggio, munito di sci, racchette ed esplosivo, apre una via d’acqua percorribile lunga 650 metri, ma il vento muta quadrante chiudendo la via di fuga per oltre 200 metri. Il lavoro ricomincia, con pale, picconi, vanghe, dinamite. Mancano ormai solo 30 metri perché la prua rinforzata della nave si imbianchi di schiuma ma nuovamente il vento cambia rinnovando la beffa. De Gerlache sa che l’equipaggio non resisterà a un secondo inverno. Le provviste, se razionate, potrebbero bastare per un altro anno, ma nulla sorreggerebbe il morale dei suoi uomini. Il 15 febbraio, finalmente, il varco si apre, e il Belgica, che ha mantenuto le caldaie alla massima pressione, avanza metro dopo metro, tirato dalle funi dai suoi uomini. Dieci chilometri di banchisa separano De Gerlache dalle acque libere: a turni raddoppiati, lavorando senza sosta per venti ore al giorno, gli esploratori riescono nell’impresa impossibile, restituendo lo scafo alla libertà il 14 marzo 1899 dopo 13 mesi di prigionia e una deriva di 1.700 miglia. Il 28 marzo il Belgica getta l’àncora nella rada di Punta Arenas dopo aver superato, tra mille difficoltà, il Canale di Cockburn. Il 14 agosto, salpa da Buenos Aires per Boulogne sur Mer dove giunge il 30 ottobre. Il 5 novembre 1899, l’arrivo ad Anversa nel tripudio della folla. Nonostante la perdita di due uomini e il grave stato mentale di altri due, la spedizione ha avuto un esito trionfale: oltre alle numerose osservazioni, rilevazioni, analisi compiute, oltre alla “conquista” virtuale di zone mai raggiunte prima, De Gerlache è tornato in Belgio con un primato: la sua è la prima spedizione a carattere esclusivamente scientifico ad aver trascorso l’ inverno in Antartide. Nel 1901, il barone dà alle stampe Quindici mesi in Antartico, circostanziato e appassionato diario di bordo, un raro esempio di rigore scientifico e di capacità narrativa, per poi dirigere una serie di ricerche zoologiche nel Golfo Persico. La vita a terra non fa per lui: contattato dall’esploratore Jean Charcot, che progetta una spedizione in Antartide, gli mette a disposizione tutto il suo “layout” per poi imbarcarsi, nel 1903, a bordo del Pourquoi Pas? salvo poi sbarcare a Buenos Aires a metà novembre per raggiungere la giovane fidanzata. Tra il 1905 e il 1909 conduce studi oceanografici sulla costa Est della Groenlandia, a Nord della Scandinavia e nei mari di Barents e Kara. De Gerlache morirà anni dopo, di febbre tifoidea, il 4 dicembre 1934.

Shackleton

Shackleton e l’Endurance Un altro esploratore, l’irlandese Ernest Shackleton, chiede la sua consulenza per stendere il progetto di una spedizione in Antartide, la British Imperial Trans-Antarctic Expedition. De Gerlache porta Shackleton sul Belgica. Il tre alberi è ancora magnifico e in apprezzabili condizioni. L’irlandese l’acquista per la solidità della costruzione e per il buon esito dell’impresa che l’ha resa famosa. La ribattezza Endurance. Siamo al primo agosto 1914: l’Endurance è pronta a salpare dal porto di Plymouth diretta verso l’Antartide per una spedizione esplorativa, ma di lì a tre giorni, l’Inghilterra è in allarme, alle soglie della Grande Guerra: mobilitazione generale. A capo dell’impresa, Ernest Henry Shackleton, irlandese tutto d’un pezzo, coraggioso veterano dei ghiacci, già a leale seguito di Robert Scott nel 1901, volge immediatamente il servizio della nave alla Marina, ma Churchill, con britannica imperturbabilità, risponde con un laconico, incontestabile “Proceed”. Partenza l’8 agosto in direzione Buenos Aires, e poi prua sull’isola di South Georgia. Shackleton guida ventotto uomini che hanno risposto a un annuncio pubblicato dall’irlandese su un giornale di Londra, alla ricerca di equipaggio per la sua Imperial Trans-Antarctic Expedition; il comandante è il neozelandese Frank Worsley, uomo rispettato e capace, a dispetto di una certa eccentricità che lo porterà a dormire sul pavimento del corridoio, ritenendo troppo soffocante l’ambiente della sua cabina. A bordo sale anche il fotografo australiano Frank Hurley, soprannominato “il principe” per la sua sensibilità all’adulazione, cui si devono le immagini memorabili della spedizione e Perce Blackborow, clandestino uscito allo scoperto solo in mare aperto; Shackleton ne fa uno steward, apprezzando l’ intraprendenza del giovane. Percorrendo a ritroso le gesta del capo-spedizione, si svela un passato già ricco di esperienze: nel dicembre 1902, sulla nave Discovery, Scott, Shackleton e Wilson arrivano a 400 miglia dal Polo Sud, il punto più meridionale raggiunto fino al quel momento; nel marzo 1907, organizza un viaggio con partenza dalla Nuova Zelanda nel 1908. Acquistata una nave adibita alla caccia delle foche, approda a Londra a metà giugno e ottiene dalla stessa regina la bandiera britannica da portare con sé. Intrapresa l’avventura, la nave entra nel Mare di Ross il 16 gennaio 1908, rimanendo poco dopo intrappolata nel ghiaccio: da bordo viene sbarcata un’automobile, la prima a toccare il continente antartico. Tra varie peripezie, la spedizione nel gennaio 1909 si spinge a sole 97 miglia dal Polo, dovendo tuttavia rientrare per carenza di viveri. Nel dicembre 1911 sarà il norvegese Amundsen ad arrivare al Polo, seguito immediatamente da Scott nel gennaio 1912; Shackleton allora medita una nuova impresa, attraversare il continente antartico con un percorso di 2.000 miglia. E qui si ritorna ai nostri ventotto uomini, accompagnati da sessantotto cani. Un déjà-vu: anche l’Endurance, nelle acque del Mare di Weddel, è preda dei ghiacci: dal gennaio 1915 vive un’agonia di mesi, per “morire” poi nel novembre dello stesso anno, frantumata dall’enorme pressione dei ghiacci che l’aveva risparmiata molti anni prima, quando era al comando del barone De Gerlache. Prima dello schianto, la nave ha recitato una seconda volta il suo ruolo di “domus” per gli uomini che ha trasportato in Antartide, non guscio di legno nella landa desolata dell’Antartide, ma terra e panorama amico, musa e amica. Il percorso della spedizione tra il 1914 e il 1916. L’equipaggio, a cui rimangono tre piccole imbarcazioni, passa cinque mesi sulla banchisa galleggiante, riuscendo poi a raggiungere Elephant Island, monolocale di roccia e ghiaccio in coabitazione con foche e pinguini. Qui il povero Perce perde le dita del piede sinistro, aggredite dal gelo. Shackleton non si perde d’ animo e insieme a cinque uomini, un sestante, una bussola prismatica, un binocolo, carte nautiche, fede e speranza, salpa con la James Caird (una scialuppa di soli 22 piedi, poco più di 6 metri) in cerca di soccorsi, rotta per l’isola di South Georgia, a 800 miglia. Lo sparuto equipaggio è composto dagli irlandesi Tom Crean, secondo ufficiale, e Tim McCarthy, marinaio, dal carpentiere scozzese Henry McNeish, dal forzuto nostromo John Vincent e dal capitano Worsley, che definirà McCarthy “il più irrefrenabile ottimista che abbia mai incontrato”. Un caso che proprio McCarthy sia il primo a scorgere il profilo di South Georgia? A terra, dopo aver sofferto fame, sete, temuto onde giganti e rischiato il naufragio sugli scogli, i sei devono arrancare ancora tra neve e ghiaccio, fino alla stazione baleniera di Stromness, da cui parte l’organizzazione del salvataggio dei rimanenti uomini, rimasti a Elephant Island. Dopo quasi quattro mesi ed altrettanti tentativi, Shackleton recupera l’equipaggio con il rimorchiatore cileno Yelcho: è il 30 agosto 1916 e tutti sono sopravvissuti. Un secondo viaggio, in dicembre, vede Shackleton sull’Aurora a Capo Royds, altro versante dell’Antartide, per riprendere a bordo la parte della spedizione insediata presso il Mare di Ross. L’ultima impresa dell’indomabile esploratore ha come palcoscenico la Quest, anno 1921; un attacco di cuore però lo stronca nel gennaio 1922 a Grytviken, nella Georgia del Sud, a progetto appena iniziato. La sua tomba è lì, per volere della moglie. Grazie all’equipaggio della Quest una croce svetta anche a King Edward Point, dall’altra parte della baia dove si trova il cimitero. Dell’irlandese e della sua splendida avventura di vita rimane molto nella memoria e nel 1999 un gruppo di studio ne ha ricalcato il percorso in Antartide; sul versante artistico, in Last summer dance di Franco Battiato, 2003, è contenuto un tributo all’”audace capitano” e nel 2001 è stato realizzato il documentario Shackleton’s Antarctic Adventure, con voce narrante di Kevin Spacey. Ritratto notturno della Endurance del fotografo Hurley E nei ricordi tangibili, tra cui la scialuppa James Caird, custodita al Dulwich College di Londra, sede della James Caird Society, fondata nel 1994. Le parole del poeta Robert Browing, fatte pietra dietro la lapide di Shackleton, recitano I hold that a man should strive to the uttermost for his life’s set prize, "penso che l’uomo dovrebbe sforzarsi di raggiungere il limite predestinato quale scopo della sua vita".

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Le ultime prove