09 aprile 2019

Viaggio tra i relitti

Vecchie navi spiaggiate, pescherecci, relitti. Il fotografo Stefano Benazzo li ha immortalati per tenere viva la memoria di mezzi un tempo gloriosi
Lo scorso 15 gennaio l’artista e fotografo Stefano Benazzo, già ambasciatore d’Italia a Minsk in Belarus (il nuovo nome della Bielorussia) e a Sofia in Bulgaria, ha inaugurato una mostra fotografica personale a Istanbul, in Turchia, presso il museo Rahmi M. Koç, (celebre per la sua incredibile collezione di barche e altri oggetti legati alla nautica) che raccoglie una selezione di 60 foto di relitti scattate in giro per il mondo.

I soggetti della mostra, intitolata Duty of Memory (Dovere di Memoria), sono relitti di navi e di barche spiaggiate, scatti che Benazzo ha realizzato in quattro continenti e in oltre sei anni di lavoro.
«Sono onorato - ha detto Benazzo - di essere stato invitato a esporre le mie fotografie in questo museo di trasporti in larga parte dedicato alla storia della nautica e della navigazione: non potevo sperare in una cornice più adatta per questa mostra, la mia quarantesima personale e sedicesima sui relitti, che si prefigge di diventare itinerante in Turchia».

Tra giugno e ottobre, infatti, la selezione sarà ospitata in un altro dei musei del magnate e filantropo Rahmi M. Koç ad Ankara. «Per una fortunata coincidenza, anche se nulla avviene per caso - ha aggiunto Stefano Benazzo -, con Rahmi Koç ci siamo trovati in sintonia sull’esigenza di rispettare il dovere di memoria nei confronti di chi ha creato, gestito, condotto le navi, i mezzi, le attrezzature che hanno permesso all’uomo di fare crescere le nostre civiltà. Fotografo i relitti affinché possano ottenere una loro ultima occasione di esprimersi, grazie a delle immagini che portano in sé la vita dei marinai. Prestando attenzione ai resti di navi, io cerco di farle rivivere, riportando in vita chi vi ha navigato. Illustrando ogni singola immagine della mia mostra a Rahmi Koç e agli altri ospiti, rispondendo alle numerose domande, ho visto ancora una volta i miei relitti prendere vita: era come se a parlare fossero gli uomini imbarcati».

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Rimorchiatore a vapore costruito nel 1888 presso il cantiere Earle’s Shipbuilding & Engineering Co. a Hull (UK). Lungo 30 metri, stazza 96 tonnellate. Dotato di un motore a triplice espansione, giunse a Stanley il 2 luglio 1900; nel 1945 ruppe gli ormeggi, si arenò nella baia di Port Stanley, vicino alla Lady Elisabeth, e venne abbandonato. La sua opera è stata determinante per assistere numerose navi e salvarne gli equipaggi; si ricordano la Hélène Blum nel 1908, la Oravia nel 1912 e tante altre…
Nel porto di Peniche in Portogallo, una barca dal nome in totale contrasto con la realtà di uno scafo ormai smembrato e con scarse probabilità di riprendere il mare. Eppure, questa barca porta con fierezza e coraggio il suo nome, fiduciosa che il suo proprietario voglia prima o poi rifare tutto il suo fasciame. È un nome magico, come vuole una lunga tradizione in Portogallo.
Questa immagine era stata scelta per figurare sulla copertina di un libro di Benazzo dedicato a immagini di relitti, ma poi ci si rese conto che non era abbastanza aggressiva per attrarre l’attenzione: le fu preferito il rimorchiatore Samson, alle Isole Falkland/Malvinas.
Sotto, un peschereccio senza nome destinato a rimanere in eterno sulla costa frastagliata di South Dock East, nell’arcipelago caraibico delle Turks & Caicos: la costa è impraticabile per le gru, l’accesso dal mare è reso impossibile dagli scogli, la barca non ha un valore tale da giustificarne il recupero. Come altri relitti quest’imbarcazione ha rappresentato a lungo per molti uomini la sicurezza economica, e il dovere di memoria impone di ricordare anch’essi, votati a un lavoro incessante e senza alternative.
In basso, nella regione greca della Laconia, a Gytheion (a pochi chilometri da Sparta) si staglia dal 23/12/1981 la Dimitrios. Varata nel 1950 con il nome Klintholm, lunga 67 metri e con una portata di 965 tonnellate, apparteneva agli armatori Matsinou. Secondo alcuni, era utilizzata per il contrabbando di sigarette fra la Turchia e l’Italia. A quanto risulta, dovette riparare nel dicembre 1980 nel porto di Gytheion, e non poté più salpare per motivi meccanici e per problemi con le assicurazioni. Venne quindi sequestrata dalle autorità portuali e rimorchiata a 4 km dal porto; spiaggiata sulla vicina spiaggia di Valtaki, fu (a quanto si dice) incendiata dolosamente.
Nave a scafo metallico rivettato, costruita nel 1864 presso il cantiere T. Vernon & Son di Liverpool per l’armatore R. Alexander & Company di Liverpool. Lunga 67 m, 1.335 tonnellate lorde. Fu utilizzata per trasportare emigranti indiani verso le Indie Occidentali. Nel 1909 partecipò alla messa in opera della stazione baleniera di New Fortuna Bay, ora chiamata Ocean Harbour, in Georgia del Sud. Il 6 giugno 1911, una forte tempesta la strappò dall’ormeggio e la portò attraverso
la rada, dove lo scafo fu danneggiato. Tentativi di trainarla non furono coronati da successo e lì rimase. Conserva ancora i tronchi maggiori dei tre alberi e il bompresso; la sua coperta ospita colonie di uccelli marini che nidificano nell’erba di tussock, l’erba tipica della Georgia del Sud. Leggermente inclinata, come se stesse per cogliere un refolo e lasciare l’ormeggio, sembra pronta a riprendere il mare che la attende da più di cento anni.
A destra, pochi chilometri a nord di Husvik, in Islanda, vicino alla guesthouse di Tungulending, una barca di pescatori “incardinata” nella costa erbosa da decenni mostra non solo la forza del mare, ma anche la supremazia della natura che avvolge e protegge in qualche modo lo scafo. Miracolosamente intatta - la civiltà di un popolo consiste anche nel non recare danno a un oggetto, anche se è “res nullius”, o asportarne dei pezzi per ricordo - questa imbarcazione desta ammirazione nei confronti del coraggio di chi la utilizzava per la pesca. Sotto, forse non tutti osservano, lasciando il porto di arrivo dei traghetti a Patrasso, che - prima di dirigersi verso Atene - un magnifico testimone del lavoro degli uomini è conservato lungo l’autostrada. Questo antico rimorchiatore dal nome ignoto sembra dipinto da un artista iperrealista. Non vi è più nulla da asportare, ma la sua struttura continuerà a sfidare gli elementi e a ricordare tutti coloro che per decenni hanno coadiuvato la navigazione nel porto vicino.
I Burci - grosse barche in legno dal fondo piatto utilizzate in Veneto e in Adriatico tra il Medioevo e gli anni ’70 del ‘900: i “TIR” dell’antichità - erano costruiti a Chioggia, a Padova, nel Delta, a Adria. La loro portata era dalle 35 alle 180 tonnellate, le dimensioni toccavano i 35 metri di lunghezza e i 6,50 di larghezza, l’immersione a pieno carico era di 1,70 m. L’opera viva dello scafo era impregnata di pece e di colore nero; i fianchi, di colori vivaci, venivano a volte decorati con motivi e scritte tradizionali. I burci erano mossi dalla corrente, dal vento, erano alati dai cavalli e dagli uomini, erano spinti con pali puntati sul fondo o con i remi, ed erano talvolta muniti di motore.
Sotto, presso la tonnara di Bonagia, in Sicilia, quattro prue proiettate verso l’orizzonte mostrano la stessa determinazione degli uomini che le hanno usate. Le imbarcazioni sono rimaste dove le trainarono l’ultima volta che tornarono dalla mattanza. Il sole e gli agenti atmosferici le distruggono, quando non sono gli uomini a smantellarle o a dar loro fuoco. Ogni barca della tonnara ha una forma e una funzione precise a seconda del suo utilizzo, così come ciascuno degli uomini che partecipano alla mattanza ha un ruolo ben definito. Poche tonnare rimangono, ultime di una plurisecolare tradizione mediterranea.
L’ultima mostra fotografica che ha avuto per protagonisti i relitti di Stefano Benazzo, dal titolo Bellek Görevi (Dovere di Memoria), si è conclusa a Istanbul il 31 marzo. L’esposizione ha avuto per teatro il Rahmi M. Koç Müzesi, un museo dedicato ai trasporti fondato nel 1994 dall’omonimo capitano d’industria turco, classe 1930, che è un grande appassionato di barche. Essendo il sito che ospita il museo stesso un vecchio cantiere navale dismesso e perfettamente restaurato, l’anima di questo complesso non poteva che essere marinara. In esposizione, infatti, vi sono una cinquantina di barche e battelli di ogni dimensione, il più grande dei quali è un sottomarino di fabbricazione statunitense del 1944 che sfiora i cento metri di lunghezza. Tra le altre imbarcazioni in mostra segnaliamo Rosalie (rimorchiatore a vapore olandese del 1873, nella foto a sinistra), Gonca (posamine del 1905 convertito a yacht), Maid of Honour (una picket-boat della Royal Navy del 1927), i commuter Hiawatha (anch’esso del 1927) e Ysolt (del 1893) e molte altre ancora, tutte funzionanti. Da giugno a ottobre le fotografie di Benazzo saranno ospitate presso un altro museo del magnate Rahmi M. Koç, ad Ankara, la città che gli ha dato i natali quasi ottantanove anni fa. Info: www.rmk-museum.org.tr
Stefano Benazzo (1949) - fotografo da cinquant’anni, scultore, modellista navale e architettonico - vive in Umbria, dopo aver lasciato alla fine del 2012 la carriera diplomatica con il titolo di Ambasciatore d’Italia. Si dedica da anni a una ricerca sui relitti di navi e imbarcazioni spiaggiate sulle coste (e nelle acque interne) in tutto il mondo. Ha fotografato più di 200 relitti in Sud America, ai Caraibi, negli Stati Uniti, in Africa, in Europa, rispettando così il dovere di memoria verso i naviganti di tutti i paesi e tutte le epoche.

È attivo altresì alla conservazione delle locomotive a vapore. Negli ultimi sei anni, ha svolto circa quaranta mostre personali in Italia e all’estero, ed ha partecipato a numerose mostre collettive. Ha pubblicato due libri: Wrecks/Relitti nel 2017 dall’editore Skira, e Duty of Memory: Wrecks in Greece nel 2018, e diversi cataloghi. Altri libri sono in programma. Suoi portfolio di fotografie di relitti sono stati pubblicati su prestigiose riviste d’arte navale, Annuari e Cataloghi di Arte Moderna, ed innumerevoli articoli gli sono stati dedicati. È Accademico di merito dell’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci di Perugia e ha ricevuto il Premio speciale Carlo Marincovich nel 2018.

www.stefanobenazzo.it
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