Coppa America, pronti per il grande show

A dicembre l'anteprima delle regate con Challenger e Defender, poi a gennaio si farà sul serio con la Prada Cup. vi presentiamo barche e uomini chiave dei team

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Te Aihe (delfino, in lingua maori), il primo AC75 varato dal defender neozelandese che, per mettere in acqua la seconda barca, ha aspettato più a lungo degli sfidanti per non concedere in anticipo troppi spunti di osservazione agli avversari. Nel tondo, Peter Burling: nel 2017, a 26 anni, è diventato il più giovane timoniere a vincere la Coppa America.

Pochi team, barche che non sono più vela, velisti che sono argonauti. Poi, il match race che non c’è più. Allora? Se l’America’s Cup è giunta a 170 anni di storia (è nata il 22 agosto del 1851 sull’isola di Wight, in Inghilterra, e la prossima si disputerà dal 6 marzo 2021 ad Auckland, in Nuova Zelanda) e vanta il record di trofeo sportivo più antico del mondo che ancora si disputa, non è certo per una questione di piacere a tutti o meno. Anzi, proprio il suo essere costantemente argomento di dibattito, e la sua capacità di creare fazioni di favorevoli e contrari, l’ha mantenuta sempre viva. Quindi, è meglio tralasciare il soggettivo e dedicarsi ai fatti del presente.

Quella che sta per iniziare è indubbiamente una Coppa America discussa per la sua classe di barche: gli AC75, che non sono un monoscafo, ma neanche un multiscafo. Poi, in crisi per il numero ristretto di tre challenger: dal 1970, da quando è ammesso più di uno sfidante, solo in altre tre occasioni sono stati così pochi (ce ne furono due nel ’70 e nel ’74, a Newport, e tre nel 2013, a San Francisco). Anche il terribile 2020 del Covid ci ha messo il suo, rendendo impossibile lo svolgimento delle America’s Cup World Series, una serie di regate prologo (la prima delle quali era in calendario a Cagliari lo scorso aprile) che avrebbe consentito ai quattro team della 36esima Coppa America di regalarci un po’ di spettacolo. Pazienza, abbiamo aspettato e ora siamo finalmente arrivati al dunque.

Il defender Emirates Team New Zealand (che ha riconquistato la vecchia brocca a Bermuda nel 2017, contro BMW Oracle Racing, riportandola così sull’isola dei kiwi) e i challenger Luna Rossa Prada Pirelli Team, American Magic e Ineos Team UK, regateranno per la prima volta tutti contro tutti ad Auckland dal 17 al 20 dicembre, alternando le prove tra il Waitemata Harbour e l’Hauraki Gulf. Non sarà ancora Coppa America, ma i quattro giorni di regate che culmineranno con la Christmas Race offriranno a tutti un momento per fare il punto sulla preparazione e per raccogliere dati sui quali lavorare freneticamente nelle tre settimane successive, quando ci sarà appena il tempo di festeggiare il Natale e l’arrivo dell’anno nuovo. Perché, dal 15 gennaio, inizierà il gioco vero: la Prada Cup, la selezione degli sfidanti che, dal 1983 (l’anno di Azzurra) eravamo ormai abituati a chiamare Louis Vuitton Cup. All’inizio, i tre challenger si massacreranno in una sequenza di round robin (i gironi all’italiana) con anche due prove disputate al giorno, ma che li vedrà andare in acqua solo il venerdì, il sabato e la domenica (salvo recuperare il lunedì e il martedì qualche regata eventualmente persa per avverse condizioni meteo).

Poi, il 13 febbraio, inizierà la finale della Prada Cup, che determinerà lo sfidante di Emirates Team New Zealand. Chi per primo, dei due migliori challenger, vincerà sette regate, andrà a disputare la 36esima Coppa America presented by Prada. Nel caso di una finale equilibrata, la serie potrebbe vedere lo svolgimento di tredici regate, in altre parole protrarsi fino al 22 febbraio.

Tutto il percorso di selezione sembra esageratamente lungo e, infatti, lo è, ma a ognuno dei tre sfidanti interessa presentarsi davanti ai kiwi con un gran numero di ore di regata sulle spalle, fattore che potrebbe rappresentare proprio l’arma vincente in una Coppa che vede nuovamente il defender lavorare in isolamento rispetto ai challenger come non accadeva più da diverso tempo.

I “Fab Four” di Emirates Team New Zealand. Da sinistra: Grant Dalton (direttore generale), Peter Burling (timoniere), Matteo De Nora (presidente) e Glenn Ashby (skipper). Fautori della vittoria neozelandese nella sfida della Coppa America del 2017 a Bermuda, sono ancora tutti e quattro a capo del team per la difesa del 2021.

Dal 6 marzo la Coppa America

La 36esima America’s Cup presented by Prada scatterà il 6 marzo e si disputerà al meglio delle quindici prove, con la Coppa che sarà alzata al cielo dall’equipaggio che per primo otterrà sette vittorie. Molto probabilmente sarà nel fine settimana del 13 e 14 marzo che sapremo se la vecchia brocca del 1851 resterà in Nuova Zelanda oppure sarà imbarcata per l’Inghilterra (dove sognano di vederla tornare dopo averla vista andare via 170 anni fa a poche ore dalla sua realizzazione), per gli Stati Uniti (sulla costa est, dove ancora brucia la sconfitta del 1983 per mano degli australiani, che l’avevano tolta dalla bacheca del New York Yacht Club dopo 132 anni di custodia) o, magari, anche se fa tremare le gambe solo pensarlo, per l’Italia (prima tappa al Circolo della Vela Sicilia, che rappresenta lo squadrone di Patrizio Bertelli, poi a Cagliari, la vera base italiana di Luna Rossa).

Grande protagonista della 36esima America’s Cup è la classe AC75. La barca (lunga 22,86 metri, larga non più di 5 m, portata da undici persone d’equipaggio), nel Protocollo della Coppa è definita un monoscafo. Tuttavia, per via del fatto che lo scafo non tocca praticamente quasi mai l’acqua, ma naviga sulla superficie del mare sollevato da due grandi bracci laterali che terminano con i foil, l’AC75 ha un’identità forse più simile a un catamarano. Nella realtà, non è nessuno dei due. In questo, la Coppa America si conferma ancora una volta la regata più innovativa che ci sia. Già solo il fatto di non riuscire a definire la barca con una delle innumerevoli terminologie prodotte nel corso di anni di storia d’arte marinaresca, la dice lunga.

Che razza di mezzo sia l’AC75, prova a spiegarlo al velista di tutti i giorni Francesco Bruni, uno dei due timonieri di Luna Rossa: «Come i catamarani utilizzati per la Coppa di Bermuda, anche l’AC75 è una barca volante. Però, per certi versi, è meno complessa da timonare, perché chi ha la ruota in mano non deve più ragionare in 3D. Deve concentrarsi su poggiare e orzare e preoccuparsi del pitch (alzare o abbassare la prua per questioni aerodinamiche, ndr). L’altezza di volo (la distanza tra chiglia e acqua, ndr) ora la controlla il foil trimmer, ruolo ricoperto dal timoniere che si trova sottovento».

Luna Rossa in questo è stata all’avanguardia e ora gli altri team la copiano. Sin dal varo della prima barca ha adottato una randa senza boma, con la base aderente al piano di coperta. Quindi, il timoniere non può più passare da un bordo all’altro dopo ogni virata o strambata e, tantomeno, può governare restando sottovento. Così, la ruota a bordo la tengono in due (su Luna Rossa, oltre a Francesco Bruni, l’australiano James Spithill), scambiandosi ogni volta i compiti di timoniere e foil trimmer in base alle mura sulle quali stanno navigando.

Non è tutto così semplice, però. La ruota ha tanti pulsanti che permettono al timoniere di intervenire su diverse altre manovre: i settaggi dei foil e perfino la regolazione della randa (nonostante ci sia un randista tra gli undici uomini d’equipaggio). «Imparare a gestire tutti i comandi in automatico senza pensarci, come con la Playstation, sarebbe impossibile senza le ore di simulatore», racconta Bruni. «Ogni volta che si cambia l’hardware, è un momento delicato: all’inizio sembra tutto peggiorato, non sai più dove mettere le dita, ma bisogna solo abituarsi ai nuovi pulsanti».

L’AC75 sta diventando una barca sempre più veloce, per tutti i team. «Fa parte del processo di sviluppo e, man mano che andremo avanti con le regate, arriveremmo a ridosso dei 50 nodi», confessa Bruni, che aggiunge. «La tensione quando timoni non te la procura la velocità, alla quale con il tempo ti abitui, ma il pensiero di poter perdere il controllo della barca, per colpa di un comando che si blocca e che può provocare una forte decelerazione, uno sbandamento improvviso con il rischio di causare danni».

La velocità, che affascina il grande pubblico, non è un elemento prioritario neanche per Matteo Ledri, membro del design team di Luna Rossa, con il compito di analizzare le prestazioni. «Il campo di regata è un bastone bolina-poppa, ma stretto perché è delimitato dalle linee laterali, dalle quali non si può uscire. Per completare ogni lato le barche dovranno rimbalzare da una parte all’altra compiendo diverse virate e strambate», racconta. «Sarà più importante avere una barca capace di rimanere in volo e di non perdere velocità a ogni manovra. Le navigazioni sul dritto difficilmente saranno lunghe abbastanza da dare il tempo di raggiungere le velocità di punta».

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Te Aihe (delfino, in lingua maori), il primo AC75 varato dal defender neozelandese che, per mettere in acqua la seconda barca, ha aspettato più a lungo degli sfidanti per non concedere in anticipo troppi spunti di osservazione agli avversari. Nel tondo, Peter Burling: nel 2017, a 26 anni, è diventato il più giovane timoniere a vincere la Coppa America.

Ancora una volta, per avere l’America’s Cup, bisogna passare sul corpo dei kiwi, che si trovano nel ruolo di defender per la terza volta negli ultimi vent’anni. Nel 2000 riuscirono a conservare la Coppa proprio contro Luna Rossa e nel 2003 se la fecero portare via da Alinghi. La loro determinazione per riconquistarla è stata impressionante. Neanche l’umiliante rimonta subita nel 2013 a San Francisco (sconfitti per 9-8 da BMW Oracle Racing dopo avere dilapidato un vantaggio di 8-1) li ha distrutti.

▲ L’affiatamento del gruppo. Pochi elementi cambiati nel corso degli anni e di fatto nessuno sostituito rispetto al team che ha vinto la Coppa America nel 2017 a Bermuda.

▼Una campagna nervosa. Il defender è spesso in conflitto con i challenger su questioni regolamentari e si è dovuto difendere dalle accuse da parte del governo di illeciti nella gestione del denaro pubblico.

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Nel tondo, il capo del team e skipper, Ben Ainslie, vincitore in carriera di quattro medaglie d’oro olimpiche e una d’argento (con Laser e Finn) e di una Coppa America (come tattico subentrante su BMW Oracle Racing nel 2013 a San Francisco).

Il sogno è riportare in Inghilterra la Coppa (dove è nata con la Regata delle Cento Ghinee nel 1851, ma dove non è mai rimasta, chiamata infatti con il nome del primo vincitore: America). “Bring the Cup back home” è il loro eterno slogan (condiviso con American Magic che, forse, ha più diritto di usarlo), ma da oltre cinquant’anni non ci vanno vicini. Hanno un leader carismatico, il baronetto quattro volte olimpionico Ben Ainslie, ma ancora una volta gli inglesi non sembrano essere partiti con il piede giusto.

▲La mobilità. Prima dell’arrivo del Covid si erano trasferiti stabilmente a Cagliari, nelle acque di Luna Rossa, con tanto di barca nuova. Poi sono tornati in Inghilterra e, dati alla mano, hanno realizzato un secondo scafo di filosofia opposta. Non è da tutti.

▼Il progetto. Gran parte dello scetticismo che ruota attorno a Ineos Team UK nasce dalle due barche varate, completamente diverse. Il dubbio che, a metà campagna, il design team abbia cominciato tutto da capo, perdendo tempo, è più che concreto.

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Lo skipper Terry Hutchinson. A bordo con il ruolo di grinder, eseguirà anche il compito di tattico e stratega

Attenzione al nome: Magic fu la barca che, nel 1870, difese con successo per la prima volta la Coppa negli Stati Uniti, vinta da America nel 1851 sull’isola di Wight. Fu quello, di fatto, l’inizio della lunga era che vide l’America’s Cup custodita dal New York Yacht Club per i successivi 113 anni (difesa con per altre ventitré edizioni successive, consecutive, fino alla sconfitta subita nel 1983 da Australia II). Il sodalizio di New York ha tentato altre volte di riportare la Coppa a casa, ma questa volta ha più spavalderia di prima.

▲La convinzione. Nella corsa verso la Coppa America, fino a oggi American Magic è stato il più veloce: primo rispetto agli avversari nella tornata dei vari delle due barche e anche nel trasferire il team in Nuova Zelanda. Si sente forte.

▼L’incognita timoniere. Non è ancora chiaro se Dean Barker si sia mai ripreso dalla batosta del 2013, quando Team New Zealand aveva ormai le mani sulla Coppa, ma poi ha subito la clamorosa rimonta di BMW Oracle Racing. Lui ha pagato per tutti.

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Sotto, il varo della seconda Luna Rossa. A differenza degli altri due sfidanti, Luna Rossa ha realizzato due barche molto simili.

Sono passati ventitré anni dalla nascita di Luna Rossa (presentata al pubblico nel 1997 a Punta Ala). In quattro partecipazioni, il team di Patrizio Bertelli ha raggiunto tre volte la finale degli sfidanti, vincendo una volta la Louis Vuitton Cup e accedendo al match di America’s Cup (nel 2000 ad Auckland, perso 0-5 contro Team New Zealand). La Luna Rossa di questa edizione ricorda proprio la prima, per grado di preparazione ed entusiasmo. Gli altri challenger la osservano e spesso la copiano.

▲L’orgoglio. Luna Rossa è l’unico altro team, oltre al defender neozelandese, con una lunga storia alle spalle. Questo si trasforma in senso di appartenenza trasferito a ogni membro che ne faccia parte. Potrebbe essere la marcia in più.

▼La pressione. Il blasone e il ruolo di Challenger of Record conferiscono a Luna Rossa un naturale ruolo di leader, che fino a ora non ha demeritato. Però, chi andrà in acqua dovrà non tenerne conto.


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