di Martino Sacchi - 10 maggio 2020

Pandemie in mare ai tempi di Nelson

In un momento in cui l’allarme per il nuovo virus fa riemergere lo spettro delle grandi pandemie che in passato flagellavano l’umanità, vediamo come ci si comportava a bordo dei grandi velieri ai tempi di Nelson e come curavano i medici di bordo. Insomma c’è chi se la passava molto molto peggio

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La vita a bordo delle navi nel periodo d’oro della vela, tra la metà del Settecento e la metà dell’Ottocento, era pericolosa. Si è calcolato che nei ventidue anni di guerre combattute dall’Inghilterra contro la Francia tra il 1793 e il 1815 morirono circa 100.000 marinai inglesi, la maggior parte perì nei primi anni di guerra: in modo abbastanza sorprendente, infatti, solo 1.500 (l’1,5% del totale) persero la vita in battaglia. Altri 32.000 circa morirono durante i naufragi a causa di incidenti di vario tipo: i rimanenti 65.000 uomini morirono di malattia, spesso di epidemie causate da virus che circolavano nei porti di scalo e che, una volta tornati a bordo, mietevano le loro vittime.

Questa vera e propria strage era dovuta prima di tutto alle condizioni igienico sanitarie nelle quali si trovavano a vivere gli uomini sottocoperta. I quadri e soprattutto i film restituiscono un’immagine troppo ottimistica della vita di bordo.

Prima dell’invenzione delle macchine a vapore e poi dei motori elettrici, tutto doveva essere fatto esclusivamente a forza di braccia e quindi le navi da guerra erano letteralmente stipate di uomini. Un vascello di prima classe portava tranquillamente un migliaio di uomini costretti a vivere su tre ponti lunghi una sessantina di metri circa (non tutti sfruttabili). Era la promiscuità continua, unita all’umidità e (a seconda delle destinazioni) il freddo e il caldo a trasformare le navi in grandi incubatori per malattie.

La peggiore di tutte le malattie era il tifo (conosciuta anche col soprannome di “febbre del carcere”) che veniva diffusa dai pidocchi. Per arginarla si provvedeva a far lavare accuratamente l’equipaggio, bollire i vestiti e infine disinfettare la nave strofinandola con aceto. La febbre gialla (chiamata dagli inglese Yellow Jack) era diffusa nelle acque dei tropici, come anche la malaria, e sia l’una sia l’altra potevano causare gravi epidemie. Un altro problema, fino alla fine del Settecento, fu anche lo scorbuto, ma a partire dal 1795 l’aggiunta obbligatoria del succo di limetta alla razione di rhum aiutò a prevenire i casi di questa malattia.

Per dare un’idea precisa di che cosa potevano fare le malattie a bordo delle navi del Settecento, si pensi che nel 1746 la squadra dell’ammiraglio Hosier nelle Indie occidentali, partita con più di 4.750 effettivi, ebbe circa 4.000 morti per malattia, compreso lo stesso ammiraglio Hosier, il suo sostituto, sette capitani e 51 tenenti.

Curare a bordo

La prima ragione di queste stragi era naturalmente la struttura sanitaria carente sotto tutti gli aspetti possibili: igienico, nutrizionale, diagnostico e terapeutico.

Prima di tutto, le strutture igieniche a bordo di una nave da guerra della fine del Settecento erano estremamente primitive rispetto agli standard attuali. Per orinare i marinai si recavano semplicemente sui parasartie di sottovento, affidando alle onde e al vento la pulizia. Naturalmente la cosa poteva essere pericolosa: James Yonge, un marinaio dell’epoca che ci ha lasciato una descrizione della sua vita racconta che una volta, mentre appunto con vento forte era intento a “soddisfare le esigenze di natura”, la nave “venne a sinistra bruscamente e sbandò sulla dritta così violentemente”, dov’era appunto Yonge, che finì immerso “fino alla radice dei capelli” e rischiò seriamente di perdere la presa. Se fosse successo, commenta Yonge, “non avrei avuto scampo”.

Per qualcosa di più impegnativo esistevano a prua estrema, grosso modo all’altezza del bompresso, delle rozze “poltrone” in legno con un foro centrale. La Victory però aveva sei di questi sedili per oltre ottocento uomini: è probabile che buona parte dell’equipaggio si servisse ancora dei parasartie. Per gli ufficiali, solo a bordo delle navi di linea esistevano delle sistemazioni a poppa riservate loro, ma anche in questo caso si tratta di strutture appese esternamente alla murate e direttamente sul mare. Sappiamo che in qualche caso almeno questi sedili furono sistemati dentro le murate, ma questa sistemazione non si diffuse molto, probabilmente per motivi di privacy.

In caso di malattia i malati erano trasferiti in una zona medica, che gli inglesi chiamavano “sickberth” e che veniva allestita nel ponte di batteria inferiore o direttamente sul ponte nel caso di una fregata usando dei semplici teli.

Erano sempre spazi ristretti e insalubri, in cui i malati erano accalcati gli uni sugli altri in un ambiente, come il solito, umido e poco aerato. Scrive un testimone, un tale Smollet: «Ho visto una cinquantina di poveracci disgraziati sospesi nelle loro amache in file compatte, così strette che non erano concessi loro più di quattordici pollici per ciascuno, compresa l’amaca, senza la luce del giorno né l’aria fresca. I malati non potevano respirare altro che le malsane esalazioni che salivano dai loro stessi escrementi e dai loro corpi malati… non riuscivo a capire come facessero gli attendenti ad avvicinarsi ai malati delle file più vicine alle fiancate della nave per assisterli, dato che apparivano letteralmente barricati dietro quelli che stavano più a centronave».

Alla fine del Settecento nello sforzo di ridurre le perdite altissime che riducevano l’efficacia bellica della nave fu individuata una sistemazione nel castello di prua, immediatamente davanti al ponte superiore. La cosiddetta Markham Sickberth (letteralmente: “cuccetta per malato modello Markham”) fu introdotta per la prima volta dal capitano Markham della Centaur. Si trattava di uno spazio relativamente luminoso e arieggiato (era ricavato al mascone di dritta, vicino ai boccaporti) e completo di servizi igienici (da qui si accedeva direttamente a uno dei “servizi igienici” di prua). Era inoltre vicino alla cucina e ciò permetteva da un lato di godere di un certo tepore d’inverno e dall’altro di avere la possibilità eventualmente di cucinare qualcosa di più adatto alla dieta dei malati. Le dimensioni erano tali da poter ospitare, di solito, una ventina di malati o poco più.

Nel 1798 lord St. Vincent chiese che la Markham Sickberth fosse adottata su tutte le navi della flotta del Mediterraneo. Egli ordinò anche che «nessun malato fosse tenuto sui ponti di batteria inferiori sulle navi che sono sotto il mio comando» e che «in ciascun’unità fosse predisposto uno spazio per accogliere i malati sotto il castello di prua sul lato di dritta; lo spazio doveva essere chiuso e riservato ai malati». Ironia della sorte: lo spazio adesso riservato ai malati era occupato fino al Settecento inoltrato dallo steccato dei maiali…

I medici

Ogni nave, a partire dalle fregate in su, aveva a bordo un chirurgo, che di solito veniva assegnato dagli uffici amministrativi di Londra senza preoccuparsi troppo della sua esperienza o delle sue qualifiche. In qualche caso i capitani reclutavano direttamente i propri medici, e questi seguivano i loro “datori di lavoro” da una nave all’altra.

Il medico era considerato un ufficiale equiparato agli assistenti dell’ufficiale di rotta e perciò sulla maggior parte delle navi da guerra aveva sì diritto a una cabina indipendente, ma sul ponte inferiore. Qui poteva tenere una cassetta con le medicine (non più grande di una cassetta da marinaio). Raramente usava la cabina come sala visite: di solito infatti in caso di necessità visitava gli ufficiali nelle loro cabine, oppure si recava direttamente presso i malati al castello di prua.

Ovviamente durante una battaglia, il castello di prua era inutilizzabile per accogliere i malati e i feriti, dato che era esposto al tiro nemico. Perciò quando una nave entrava in combattimento il chirurgo e i suoi assistenti allestivano un’infermeria temporanea nel ponte intermedio, detta anche cockpit (solo più tardi il senso della parola passerà ad indicare la zona di uno yacht da cui si manovra la barca, ossia il “pozzetto”). Si trattava di un ambiente sotto la linea di galleggiamento e per quanto affollato, buio e lugubre era perlomeno al sicuro dal fuoco nemico.

Ogni tanto veniva usato per lo stesso scopo anche il quadrato dei guardiamarina (chiamato anche gunroom, letteralmente “stanza dei cannoni” anche se non c’erano armi), il cui tavolo era trasformato in un improvvisato tavolo operatorio. Se non era disponibile nemmeno questo, si usavano le casse dei marinai, accostate le une alle altre e ricoperte con un pezzo di tela o un’incerata. Entrambi questi locali erano dipinti di rosso scuro per mascherare le grandi macchie di sangue che inevitabilmente si producevano.

Nella Royal Navy era consuetudine che i feriti venissero curati nell’ordine in cui venivano portati all’infermeria, senza riguardo alcuno al grado o alla gravità della ferita. Naturalmente quest’impostazione democratica non veniva rispettata quando il ferito era un alto ufficiale come fu il caso dell’ammiraglio Nelson, ferito a morte durante le fasi centrali della battaglia di Trafalgar nel 1805.

Le operazioni

Le operazioni chirurgiche si svolgevano senza l’uso di anestetici, sebbene alcuni chirurghi ricorressero al laudano o ad altri oppiacei, come anche ad antidolorifici più comuni come rhum o vino. In queste condizioni primitive i chirurghi dovevano lavorare in modo molto rapido con strumenti estremamente rozzi. Tuttavia erano abili nell’amputare gli arti o nel cauterizzare le ferite bruciando la carne viva. Si usavano cinghie di pelle, bavagli e altri sistemi di contenimento per tenere sotto controllo i movimenti del paziente durante l’operazione, e inoltre il chirurgo si faceva anche aiutare da qualche marinaio forte di stomaco per immobilizzare il ferito durante un’amputazione. Un chirurgo particolarmente abile poteva tagliare un braccio o una gamba fracassati in meno di due minuti, e cauterizzare una ferita in pochi secondi.

I chirurghi provvedevano solo agli strumenti, e fino al 1804 portavano a bordo le proprie medicine. Naturalmente le cure erano gratuite, tranne nel caso di malattie veneree: in questo caso lo sfortunato marinaio veniva multato con il pagamento di 15 scellini (quest’uso però terminò con la fine delle guerre napoleoniche).

Quando un paziente era stato curato le possibilità che il suo ricovero terminasse con la guarigione erano scarse e fortemente condizionate dal livello della pulizia dell’area in cui veniva tenuto, dallo stato generale di igiene a bordo della nave e naturalmente dall’abilità del medico.

In quell’epoca l’importanza dell’igiene non era stata ancora completamente compresa e molti feriti morivano dopo essere stati curati a causa delle infezioni postoperatorie o per l’insorgenza della cancrena.

Al contrario alla fine del XVIII secolo le malattie tropicali e le altre minacce simili erano state capite relativamente a fondo e i medici erano chiamati a controllare che si facesse prevenzione in questo campo e insieme erano responsabili del contenimento delle epidemie. L’affollamento a bordo delle navi da guerra le rendeva particolarmente vulnerabili al diffondersi delle malattie, mentre una dieta poco nutriente, l’ambiente umido e malsano e le scarse misure igieniche contribuivano a ridurre la resistenza del marinaio medio alle infezioni.

Per fortuna, i miglioramenti nella formazione medica dei chirurghi, l’introduzione delle infermerie separate dal resto della camerata, il passaggio a un trattamento decisamente più umano dei marinai, una migliore comprensione generale dell’importanza della dieta e dell’igiene, nonché delle malattie stesse, contribuì a ridurre il tasso di mortalità nei primi decenni dell’Ottocento.

Così, quando la guerra finì nel 1815 la Royal Navy poteva contare su un gruppo di chirurghi ragionevolmente bravi ed addestrati, e le strutture di cui disponevano erano dello stesso livello se non migliori di quelle che c’erano sulla terraferma.

Mentre intorno al 1790 un marinaio su tre moriva di malattia, nel 1815 questa percentuale era precipitata a uno su undici (queste statistiche non comprendono i feriti che riuscirono a sopravvivere grazie alle cure prestate loro). Nel 1801, quando l’ammiraglio St.Vincent riportò in patria la Channel Fleet dalla missione di blocco di Brest, furono segnalati solo 16 casi di ricovero in tutta la flotta.

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